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Antonio. Identità, Relazioni Sociali e Sfide Personali di un Worldwide Employee

07 Feb 2019 in

Antonio è un uomo sulla quarantina. Nasce a Sanremo in una famiglia di origini calabresi molto legata alle proprie tradizioni. Sin dall’adolescenza percepisce una certa difficoltà ad essere accettato dagli altri.

“Il momento tra il 15 e i 19 anni non è stato proprio rose e fiori. Io sono omosessuale, al tempo non mi era così chiaro, avevo comunque una certa difficoltà a relazionarmi con gli altri. Già da tempo pensavo di andarmene, inizialmente in qualche città italiana come Firenze o Milano, poi ho saputo che dei miei amici sarebbero andati a Berlino per motivi di studio. Ho cominciato a pensarci.”

Decide quindi di non proseguire gli studi e di trovarsi un lavoro, ma nell’aria non ci sono molte opportunità. Viene a conoscenza dell’esistenza di alcune agenzie che per 500 mila lire ti procurano un lavoro e un alloggio a Berlino. Ci vuole poco perché si convinca a partire.

“Dividevo la stanza con ragazzo siciliano in un appartamento con tutti italiani, l’agenzia mi aveva trovato anche un lavoro come lavapiatti. Il ristorante era siciliano. non imparavo una parola di tedesco. La cosa non mi andava molto a genio. Cercai quasi da subito un nuovo lavoro e in pochi giorni trovai un posto in una fabbrica che confezionava prodotti gastronomici per i pub. Lavoravo con turchi, polacchi, qualche bengalese. Dovevi per forza sapere il tedesco altrimenti non comunicavi. Mi ricordo che all’inizio era difficile capirlo.”

Nel suo primo periodo berlinese inizia a scoprire la sua vera identità e il suo orientamento sessuale: oggi vede il Antonio partito per Berlino come un ragazzo un po’ ingenuo. “Gli altri sapevano prima di me che io fossi gay. Un giorno mi capitò di conoscere un ragazzo, un mio vicino di casa… divenne il mio primo fidanzato. Almeno io credevo fosse così… lui non lo pensava molto…! (ride)”

Il primo anno ha una vita parecchio difficile. Guadagna poco e metà del suo stipendio è destinato solamente a coprire l’affitto. La casa non è equipaggiata a sufficienza, tanto che per alcune faccende domestiche si deve rivolgere all’esterno. L’atmosfera è un po’ quella ‘da sopravvivenza’. Mai un soldo in tasca, sempre a ricorrere le scadenze. In più, questa prima esperienza gay lo sorprende, in qualche modo lo sciocca, non si sente pronto ad accettarsi così com’è.

“Preso dalla paura, da questo cambiamento, decisi di tornare a Sanremo. Appena arrivato sapevo di aver fatto la cosa sbagliata, sapevo che il mio posto era a Berlino. Ormai avevo accettato la mia omosessualità al 100%, e lo condivisi questa consapevolezza subito con tutti gli amici. Con i familiari è stato un po’ diverso, un po’ più delicato...”

A Sanremo trova un lavoro che gli piace. È estate e una sua conoscente lo chiama per fare il commesso in un negozio di moda del centro, uno di quelli più in voga in quegli anni.

“A quei tempi diciamo che vestivo molto trasgressivo, giocavo molto con l’androginia. La domanda classica la sera in discoteca era se fossi un uomo o una donna… mi piaceva. Questo credo che sia stato d’aiuto anche per il lavoro. Il negozio voleva rappresentare una rottura con gli schemi tradizionali e io incarnavo alla perfezione il concetto.”

Tuttavia, la sua appariscenza non viene vissuta da tutti allo stesso modo. In paese comincia ad avere dei problemi. Gli insulti per strada sono la norma: i vari ‘forcio’ e ‘finocchio’ si sprecano. Alcuni iniziano ad evitarlo per via della sua vistosità.

“Avvicinarsi a uno come me rappresentava un rischio, tanta gente del paese non entrava in negozio perché ci lavoravo io: con tutta la gente che cerca lavoro, lo vanno dare ad un frocio…!”

Questo clima non lo fa vivere serenamente ma dopotutto impara a conviverci. Un giorno arriva una chiamata anonima in negozio, l’uomo al telefono lo accusa di spiare nei camerini, lo minaccia di morte; Antonio e la sua direttrice ci ridono sopra e riattaccano.

“Dopo mezz’ora entrò mia madre terrorizzata in negozio. Quell’uomo aveva chiamato anche a casa, sapeva dove abitavo e mi sarebbe venuto a prendere. Mia madre tremava come una foglia, mi disse che da quel giorno in poi sarebbe stato mio padre ad accompagnarmi e a venirmi a prendere al lavoro. Lì ho capito che così non poteva più andare.”

I suoi genitori cominciano a preoccuparsi molto e Antonio lo sa. Vive questo come un insopportabile eccesso di attenzione, si sente un peso per loro e per la loro serenità. Non vuole percepire la loro pressione su di sé, né tanto meno vivere con la consapevolezza che loro si preoccupino così tanto per la sua vita. Decide di ripartire prima possibile.

Riparte nel 1998. Questa volta a Berlino ritrova e si fa molti amici. Rimane per un po’ ospite da alcuni di loro. Porta con sé una discreta somma risparmiata nell’anno precedente che gli permette un adattamento più sereno alla città.

“Dal primo giorno cominciai a frequentare l’ambiente gay berlinese. Dopo tre giorni entrai nella prima discoteca gay friendly. Non ci potevo credere! Vedere così tanta gente come me… Nel ’98 non era come oggi; non c’erano riferimenti così espliciti alle comunità gay. In radio e in televisione non era così frequente che uscisse il tema gay. Nel ‘98 era diverso, e scoprire in una sola volta la possibilità di vivere una vita per quello che sei mi aveva nuovamente scioccato.”

A Berlino trova lavoro prima in un bar poi in una caffetteria. In pochi mesi ne diventa manager. Lì ha le prime esperienze di crescita lavorativa e di crescita personale, in termini di rapporti. La prima relazione seria con un ragazzo risale proprio a questo periodo; in generale, la qualità di tutte le sue relazioni sociali migliorano sensibilmente. Dopo un paio d’anni sceglie nuovamente di cambiare lavoro e trova posto in una nota compagnia di bigiotteria e accessori per la moda. Comincia a fare carriera: da commesso viene promosso a supervisore, da supervisore a system manager, da system manager a manager nel 2003.

“In quel periodo mi ero lasciato con il mio ragazzo. Me la vivevo piuttosto male, mi sentivo ancora innamorato di lui e ogni volta che lo rivedevo per strada o in qualche occasione, avevo una ricaduta. Al contempo ero un po’ stanco di Berlino e del suo clima. Qualche anno prima ero stato a Barcellona in vacanza e la Spagna mi aveva lasciato qualcosa. Decisi di trasferirmi lì quando rividi il mio ex in discoteca. Era con un altro ragazzo, l’ennesimo. Sono ricaduto nel loop… capii che dovevo andarmene. Presi un volo per Ibiza. Ero in ostello e da solo, non conoscevo nessuno. Ho fatto alcuni lavoretti in quell’estate; nulla di impegnativo, non era il momento della carriera. Ho girato e sono uscito molto in quel periodo.”

Coincidenza vuole che l’azienda per cui lavora a Berlino avesse l’intenzione di aprire un negozio proprio ad Ibiza. Gli propongono di divenire il manager del nuovo negozio. A lui sarebbe spettato il compito di aprirlo, di cercare il personale, di allestirlo e poi di gestirlo.

“Fu un po’ strano perché io in quel periodo stavo sognando l’Australia… Contrattai per avviare l’attività e mi impegnai a cercare il mio sostituto perché io in quell’autunno sarei comunque partito. Accettarono. L’apertura fu una cosa in grande stile: il proprietario aveva una villa ad Ibiza e passava le vacanze là, per l’occasione aveva invitato tutti i partner spagnoli a Ibiza che rimasero molto soddisfatti per il lavoro svolto. In un mese il negozio fatturava 10 volte quello che era l’obiettivo di bilanci, erano entusiasti. Mi viene fatta la proposta di diventare international visual merchandiser, ruolo che io avrei voluto ricoprire dai tempi di Berlino. Mi hanno offerto di coordinare le aperture dei negozi dell’area europea. Sono potuto rimanere ad Ibiza. Una settimana ero in Francia e poi tornavo, l’altra potevo essere in Portogallo, come in Turchia o in Austria… Loro in cambio, siccome avevano dei negozi in Australia, mi avrebbero mandato in Australia un mese per visitare i negozi esistenti. Mi avrebbero pagato il biglietto a/r. Per me è stato come vincere alla lotteria: biglietto pagato, tutto pagato da loro. Nel frattempo mi sarei fatto un’idea di come poteva essere vivere là. Così sono rimasto a lavorare in Europa fino a novembre. A dicembre andai a Singapore ad aprire due negozi, poi l’Australia.”

Skyline di Sidney

In quel momento Antonio ha l’idea di vivere a Sidney, città anglofona, sul mare, considerata la capitale gay dell’emisfero Sud. L’azienda necessita di una persona fissa nella zona del Pacifico. Sono previste diverse aperture sia in Asia che in Oceania. Antonio si trasferisce a Sidney e saltuariamente viene convocato: “La prima volta sono andato in Corea ad aprire due negozi e con quello che ho percepito in quelle due settimane ho potuto vivere per due mesi. Per cui ho smesso di cercare lavoro e aspettavo solo che si facessero sentire ogni tanto per qualche viaggio di lavoro.”

Le aperture di cui viene incaricato superano sin dall’inizio gli obiettivi aziendali e a Antonio viene riconosciuto il merito del suo lavoro. Gli viene comunicato dall’azienda che, qualora avesse mai deciso di tornare in Europa, avrebbero avuto un occhio di riguardo per la sua posizione professionale. Questa offerta rappresenta per lui una sorta di pulce nell’orecchio: “Dopo nove mesi in Australia mi sono reso conto che non era il posto in cui volevo stare. Mi sentivo un po’ solo, avevo tutte le mie relazioni significative lontane, in più non mi sentivo del tutto a casa. L’Australia è un paese meraviglioso, ma la cultura è molto differente e per me risultava abbastanza difficile adattarmici. Avevo 28-29 anni e non me la sentivo di abbandonare quello che avevo in Europa e ricominciare da zero, iniziavo a cercare un po’ di stabilità. E se a questo aggiungiamo anche l’offerta lavorativa propostami…”

Dall’Australia Antonio torna di nuovo a Barcellona. Viaggia molto per lavoro. Gestisce numerose aperture dei negozi della catena sia in Europa che in America. Pur risiedendo a Barcellona, si sposta in continuazione. Inizialmente vive questo ritmo come un aspetto stimolante del suo lavoro. Col passare del tempo, tuttavia, si accorge che le sue relazioni personali cominciano a risentire di questi ritmi. Non riesce a farsi nuove amicizie, quelle già esistenti iniziano a risentire delle sue lunghe assenze.

“Di fatto, allontanarsi così spesso da casa fa sì che gli altri smettano di sentirti e di cercarti. In quel momento avevo un po’ bisogno di prendere casa a Barcellona, avevo bisogno di sentirmi vivere quella città. È una cosa che mi era sempre mancata... non mi sono mai sentito veramente di appartenere ad un posto né tantomeno che un posto mi appartenesse…”

Inizialmente cerca di dirottare le sue prestazioni verso sedi sempre più vicine. Ottiene la copertura del mercato spagnolo, che gli permette per lo meno di assentarsi per periodi più brevi. Sono gli anni a cavallo della crisi economica, in Spagna la disoccupazione raggiunge il 40%. L’azienda non raggiunge gli obiettivi e Antonio, avendo molta responsabilità nel contesto spagnolo, si sente gli occhi puntati addosso.

“In quel periodo ho cominciato a soffrire di attacchi di panico e di ansia. Non volevo molto accettarlo. Mi dicevo che volevo essere più forte di questa cosa. Prendevo solo delle pastiglie di valeriana… non bastavano. Anche la relazione che avevo era impegnativa. Il compagno di allora era molto esigente e per me era causa di ulteriore pressione.”

Il progetto spagnolo dell’azienda si interrompe e a Antonio vengono fatte due proposte: la prima è quella di tornare in Inghilterra, la seconda invece di trasferirsi a Hong Kong per essere area manager dell’Asia.

“Io qua avevo la mia casa, il mio ragazzo e il mio cane, a cui tenevo tantissimo. È stata una decisione molto sofferta, ma questa paura, questo malessere, vissuto proprio in concomitanza della crisi economica, mi ha portato ad accettare l’avventura ad Hong Kong. Ero in un momento in cui l’ansia la faceva da padrona. Il solo prendere l’aereo fu un dramma. Per non parlare dei primi giorni... Volevo uscire di casa, non riuscivo a stare fermo in un posto. Sono andato a lavorare per tre mesi con una specie di agorafobia. Praticamente per me uscire dall’appartamento era diventata una missione, avevo terrore. Mi obbligavo a farlo, provavo a fare dei viaggi... me lo imponevo. Ad oggi direi che in quel periodo presi troppo sottogamba la questione… non mi volevo curare. Quando uscivo mi si appannava la vista. Non mi piaceva nulla, ero in un ufficio piccolissimo senza finestre, non stavo bene. Mi sono detto: torno a Barcellona e passerà tutto. Così ho fatto.”

Antonio torna a Barcellona e lascia l’incarico di Hong Kong. Viene reinserito all’interno dell’azienda e da lì intraprende il suo percorso di risalita:

“Anche a Barcellona non riuscivo ad entrare in un bar o ad andare al cinema. Il solo programmare qualcosa diventava una cosa difficile. Cominciai ad andare da una psicologa. In quel momento io mi autocommiseravo, provavo una sorta di pena nei miei confronti. Ho cominciato a pensare che questo aspetto fosse parte del problema. Ho chiesto ai miei amici di non chiedermi più come stavo. Così sono riuscito a focalizzarmi meno sul mio male e più sugli aspetti positivi e di possibilità: ‘Se sto male e ho bisogno ve lo dico io, voi non chiedetemi niente altrimenti io mi sentirò sempre il malato.’ Il recupero poi non è stato un processo tutto in salita, c’erano momenti in cui stavo meglio e altri in cui stavo peggio… continuavo ad andare dalla psicologa. È arrivato un punto in cui io sentivo il bisogno di cambiare aria, la mia psicologa non era d’accordo perché sosteneva che io stessi scappando dal mio problema invece che affrontarlo. Ma io sentivo fortemente questo bisogno, ero arrivato a livelli di chiusura molto importanti. Non sono per niente una persona timida ma in quel momento non riuscivo a guardare nemmeno le persone negli occhi.”

Sente di avere bisogno di staccare totalmente di prendersi un momento da dedicare a se stesso. Decide di tornare a Ibiza. Si sente una persona socialmente morta, intrappolata nelle sue paure. Comincia a prendersi molto tempo libero, sta in spiaggia, si gode le piccole cose, comincia anche a conoscere qualcuno:

“Iniziai a sentirmi più sicuro di me. Il solo fatto di non conoscere il mio interlocutore ad un appuntamento e la consapevolezza che sarei potuto andarmene in qualsiasi momento qualora fosse subentrato un episodio di panico mi faceva stare più sereno. Succedeva ogni tanto… appena tornavo a casa, mi passava… Questi tre mesi sono stati il mio toccasana, ho smesso di vedere la psicologa, mi sentivo meglio; sono tornato a lavorare a Barcellona”.

Il 2015 è l’anno di transizione: Antonio ha ancora qualche ricaduta, ma sente che sta cominciando a riappropriarsi della propria vita. L’inizio del 2016 è l’anno della rinascita: riesce di nuovo a guardare la gente negli occhi, fare un colloquio di lavoro, ad andare al cinema, le piccole cose di cui si ha la mancanza in questo tipo di momenti. Ricomincia anche a lavorare, trova dei buoni lavori e cerca di riprendere la sua normalità, di pensare di nuovo al futuro e ai suoi obiettivi:

“Ho cambiato alcuni lavori negli ultimi due anni. Buone posizioni, ma richiedevano 12/13 ore di impegno 6 giorni a settimana. Adesso ho 42 anni… vorrei qualcosa di più rilassato e più mio… Dopo tutte queste esperienze, il mio nuovo obiettivo è quello di aprire una mia azienda qui a Barcellona. Spero tra aprile e ottobre di aprire il primo locale. Vorrei avere un negozio di arredo casa e accessori. Vorrei sviluppare le mie idee in maniera indipendente; sto seguendo un corso di formazione per la gestione di aziende che mi sta dando molto una mano a realizzare questo progetto.”

Chiediamo a Antonio se in tutti questi anni abbia mai pensato di tornare in Italia:

“Ultimamente è mancato il mio cane, Ern, è 12 anni che era con me. Questo mi ha un po’ scombussolato. A volte penso di tornarmene a Sanremo… Ora sto facendo una vita molto tranquilla, di quartiere, che potrei fare pure là… sicuramente Barcellona dal punto di vista culturale offre molto di più rispetto alla Liguria… però gli anni passano, i miei genitori si fanno più anziani… ho una sorella, ho degli zii non sposati… Delle volte mi dico: se devo stare qua da solo… non ho neanche più il cane… Poi per me le cose sono molto cambiate anche dal punto di vista del mio orientamento sessuale: credo che l’Italia non sia più il posto di venti anni fa… io sono molto più maturo… Prima se avessi dovuto tornare a Sanremo avrei dovuto fare i conti anche con i miei sentimenti di inadeguatezza. Adesso ho 42 anni, sono maturo, questo non mi fa più paura. Sono in un periodo di riflessione, sto studiando per portare al termine il progetto del negozio, mi voglio dare un anno per capire se aprirlo qua o altrove. Dal punto di vista lavorativo avrei più opportunità qui a Barcellona, però parlo quattro lingue e Monaco è vicina (il principato, ndr); mi sono sempre dato da fare. Non mi vedo come una persona con poche risorse. Forse un giorno tornerò.”