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Il Particolare Rapporto tra Espatrio e Comunicazione. Il Ruolo delle Tecnologie nello Sviluppo dell’immaginario Migratorio e nella Nascita di una ‘Cultura Expat’.

22 Oct 2018 in

Nel testo “Modernità in polvere”1, edito ormai nel lontano 1996, Arjun Appadurai, antropologo indiano naturalizzato statunitense, sviluppò una delle prospettive di maggior successo con cui guardare al processo della globalizzazione, un concetto che in quegli anni cominciava ad ottenere riconoscimento mediatico.

A quei tempi la globalizzazione veniva vista essenzialmente come un fenomeno di origine occidentale, una sorta di esportazione di cultura, conoscenze, economia e mezzi verso i paesi in via di sviluppo. La lettura che molti danno tutt’oggi a questo fenomeno ricalcava in un certo qual modo l’espressione ‘occidentalizzazione del mondo’. Seppur non negando il forte ruolo che gli stati occidentali avevano all’interno di questi processi, Appadurai evidenziò come la globalizzazione non abbia un vero e proprio fulcro, e che, “più che un movimento da un punto a verso un punto b”, sia da ritenersi un insieme di flussi caotici distribuiti su molteplici scenari. Si tratta di contesti in cui la relazione che si instaura non è tanto quella tra un donatore e un ricevente di nuove risorse, ma uno scambio reciproco di strumenti che si modificano e assumono un assetto del tutto particolare una volta calati in altri e nuovi scenari. Sono cinque i livelli o scenari che Appadurai ha identificato come caratterizzati dal flusso della globalizzazione:


1. un etno-rama, che rimanda al costante flusso di persone che ad oggi riescono a muoversi e spostarsi tracciando traiettorie sempre più marcate all’interno del contesto internazionale.
2. un tecno-rama: il flusso delle tecnologie che si muovono attraverso confini sempre meno divisibili
3. un finanzio-rama: il flusso della ricchezza che ha assunto un’interdipendenza totale. Un esito lampante di questo flusso è la diffusione sul piano globale della crisi finanziaria del 2008 partita dall’annuncio di fallimento dell’istituto bancario USA Lehman Brothers2.
4. un medio-rama: il flusso delle immagini e delle informazioni sempre più capillare ed individualizzato in grado di generare immaginari particolari all’interno di un contesto così complesso come quello globale odierno.
5. un ideo-rama: il flusso delle idee e delle ideologie che da assunti universali trovano espressione comune nelle politiche locali3.

 

All’interno di questa lettura Appadurai sostiene come la globalizzazione, intesa come tendenza di influenzamento reciproco tra diverse civiltà, non sia in realtà un fatto così recente. Da sempre individui e popolazioni si sono spostati alla ricerca di condizioni esistenziali migliori. Tuttavia, è solamente dalla seconda metà del secolo scorso che questo spostamento assume caratteristiche differenti. Le tecnologie associate ai trasporti e ai mezzi di comunicazione hanno mutato lo scenario migratorio introducendo almeno due paradigmi migratori che mai come al giorno d’oggi sono facilmente individuabili.
Da un lato si hanno i migranti veri e propri, del tutto simili al concetto classico di migrazione. Persone che scelgono di spostarsi da un luogo ad un altro e che intendono l’integrazione come un’assimilazione da parte del contesto d’arrivo, abbandonano l’identità precedente e i legami con l’ambiente di partenza. Non mantengono rapporti continuativi con il posto d’origine se non sotto forma di immagine idealizzata. L’emigrazione italiana a cavallo tra ‘800 e ‘900 ricalca precisamente questo modello.
Inoltre, Appadurai sostiene l’esistenza di un nuovo paradigma migratorio, ovvero quello dei diasporici. La condizione della necessità di partire si è mitigata in una scelta, un progetto. La possibilità di mantenere contatti continui con la realtà di appartenenza unita alla facilità nel ricercare persone della stessa provenienza nel luogo d’arrivo, hanno reso sempre più plausibile l’alternativa di sentirsi parte più di una comunità diasporica che di una popolazione assimilata.
Ad oggi, in qualunque parte del mondo si trovi, avendo la possibilità di accesso a strumenti e mezzi che glielo permettano, un individuo può contattare la propria famiglia, può leggere il quotidiano del proprio paese, può partecipare attivamente a scelte e discussioni che riguardano il contesto di partenza. L’abbandono della propria identità è modulato e modulabile. Sempre più nei resoconti di chi percorre questo tipo di traiettoria migratoria si intravedono questioni relative all’aspetto diasporico. Non a caso il termine ‘expat’ si riferisce proprio a questa seconda tipologia di migrazione. La perdita della propria identità etnica, religiosa e linguistica si fa più sfuocata. Il diasporico diventa in qualche modo un personalissimo interprete dell’incontro con più culture.
Sul piano individuale, vive in prima persona l’intero processo di sconto/incontro dei due contesti (d’arrivo e di partenza) e individua soluzioni di continuità funzionali ai propri bisogni. In questo senso l’integrazione secondo Appadurai diventa un processo di sintesi multiculturale e il migrante diasporico, attraverso il potere della sua immaginazione e il pensare quindi a strategie di adattamento ai contesti, diventa un attore vero e proprio della globalizzazione, andando a modificare non solo la propria cultura di partenza ma anche quella d’arrivo. Diventa, in poche parole un attore di cambiamento su tutti i piani. Sposta se stesso da un posto all’altro, utilizzando la tecnologia che ha a disposizione. Muove flussi economici, accede alle informazioni provenienti dai diversi contesti e genera contenuti mediali che andranno ad influenzare gli ambienti che ha scelto. I viaggiatori possono oggi trasportare con sé porzioni del loro immaginario ‘indigeno’ mentre migrano, filtrare l’informazione che attraversano nel loro viaggio, produrre informazione lungo il percorso di spostamento o nel luogo di destinazione. Si faranno influenzare dalle idee e dalle ideologie, dalle norme e dalle credenze e ne saranno in futuro il veicolo di scambio.
Possono modificare radicalmente il paesaggio culturale che attraversano, non solo e non tanto con la forza dei loro numeri, ma con il peso della loro immaginazione, intesa come pratica sociale di negoziazione delle identità calate nei molteplici contesti. L’attuale impossibilità di essere assimilati in maniera totale dal nuovo contesto, legata alla progressiva evoluzione delle forme di comunicazione e archiviazione, alimenta lo sviluppo di una ‘cultura expat’ che è in continuo cambiamento, con tante sfumature quanti sono gli attori della sintesi che ogni migrazione impone. Non un sistema monolitico e immutabile, ma un flusso dinamico di conoscenze, idee, mezzi e strumenti che oggi più che mai influenza il panorama globale e che sempre di più sarà la protagonista di uno scenario ad oggi ancora difficilmente immaginabile, ma non così lontano.

 

 

 

 

NOTE

  1. Appadurai, A. (2001). Modernità in polvere (Vol. 4). Meltemi Editore srl.
     
  2. Un’esaustiva e sintetica interpretazione delle dinamiche che hanno portato alla globalizzazione della crisi conseguente all’annuncio di fallimento di Lehman Brothers è possibile ritrovarla in un articolo scritto da Steffano Cingolani nel settimanale Panorama il 2 aprile 2018 recuperabile all’indirizzo: https://www.panorama.it/economia/dieci-anni-di-crisi-economica-come-siamo-e-come-eravamo/
     
  3. La relazione tra cultura e politiche globalizzate è ben messa in luce nel testo scritto da Appadurai, Sicuri da morire. La violenza nell'epoca della globalizzazione, edito da Meltemi Editore srl.