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La Vita Secondo Katia: Il Funambolico Viaggio di una Famiglia in tre Continenti (prima parte)

12 Nov 2018 in

Sono più di dieci anni che Katia vive all'estero con la sua famiglia. Torinese di origine siciliana, con un forte spirito di appartenenza, ai tempi dell’università conosce Valerio, l'uomo che diventerà suo marito appena dopo la Laurea. Nel 2000, i due coniugi vanno a Firenze:

“Abbiamo cominciato la nostra vita coniugale non proprio in espatrio; diciamo ‘in estradizione’. Ci siamo trasferiti a Firenze per lavoro. Quello è stato un momento difficile, forse uno degli spostamenti più duri. A entrambi mancavano veri e propri riferimenti. Ci trovavamo entrambi in una fascia di età nella quale un cambiamento può disorientare profondamente. Inoltre, l’ambiente di lavoro si mostrava molto particolare. Non mi sono mai sentita accettata nel gruppo composto da personale locale e, paradossalmente, l’esperienza fiorentina rappresenta una delle situazioni in cui ho fatto più fatica ad adattarmi. Ero in un’azienda in cui il personale era fiero della propria territorialità e della propria appartenenza, nonostante fosse appena stata acquisita da una multinazionale statunitense. Credevo che questo avrebbe voluto dire ambiente lavorativo aperto, multinazionale e multiculturale, apertura verso l’altro, il “diverso” in generale, come fonte di scambio ed arricchimento reciproco. Fu tutt’altro. Era molto più accettata la provenienza dalla casa madre americana, piuttosto che da un’altra zona d’Italia. Per me che venivo da fuori non c’era molto spazio. È stata abbastanza dura.”

Nel frattempo, Katia e Valerio hanno un figlio. Ci sono delle complicazioni di salute che contribuiscono a ingigantire il senso di aspettativa negata, delusione e sconforto rispetto alla vita in Toscana. Per far fronte alle problematiche del piccolo, fin dai nei primi mesi la coppia è costretta a fare ricorso a cure specialistiche private, il che corrisponde ad un grande dispendio di energie psico-fisiche oltre che di carattere finanziario.

“Eravamo disorientati. Per molto tempo non c’è stata una vera diagnosi che potesse restituire in qualche modo un inquadramento dei sintomi. Mi interrogavo in continuazione su quale potesse essere il problema. Nonostante percepissimo due stipendi più che riguardevoli, arrivavamo alla fine del mese con il fiato sul collo, anche per via delle spese sanitarie che rappresentavano una voce molto ingente del nostro bilancio. In quel momento abbiamo cominciato a pensare di spostarci all’estero.”

Qui avviene il primo ‘lancio del cv’, come lo chiama Katia. Inviano i propri curriculum nello stesso ambito professionale di appartenenza e ben presto si presentano per loro un paio di interessanti opportunità. La destinazione che in quel momento li attrae maggiormente è… Parigi.

“Eravamo così emozionati! Parigi ci sembrava un sogno. Infatti, è stato bellissimo. Il mio unico vero rimpianto come esperienza d’espatrio. Siamo stati lì cinque anni. Inizialmente abitavamo in centro, ma con un bambino piccolo questo risultava un po’ troppo frenetico. Era difficile che qualcuno si accorgesse di te, della tua esistenza. Ognuno era preso da quello che loro chiamano ‘métro, boulot, dodo’1. Abbiamo cercato qualcosa di più tranquillo e abbiamo trovato un appartamento nel dipartimento della Haut-de-Seine, una zona molto verde dalla quale era possibile raggiungere a piedi la riva della Senna, proprio di fronte alla Isle des Impressionnistes. Paesaggi molto romantici e rilassanti, gli stessi dove Monet e colleghi erano soliti dipingere. Era un comune appena fuori Parigi, popolato da famiglie giovani con figli e da molte coppie internazionali. Si respirava un’atmosfera stupenda. In più, Il sistema sanitario francese rispondeva in maniera efficiente alle necessità di nostro figlio. Mio marito era soddisfatto del suo lavoro e io avevo cominciato ad insegnare Italiano a studenti adulti. Frequentavo un ambiente internazionale per me altamente stimolante. Potevamo di nuovo ricominciare a crescere ed essere creativi da tutti i punti di vista. Era come se a Firenze, per un periodo, la nostra vita si fosse fermata agli obblighi della quotidianità, mentre Parigi era molto più corrispondente alla nostra natura e aderente alle nostre aspettative sia come coppia che come giovane famiglia. Tant’è vero che il desiderio di farla crescere questa famiglia, ‘nasce’ qui una seconda volta! Un tentativo che però non andò bene. Dopo esserci ripresi da questo dolore sconosciuto ci rimettemmo all’opera finché nacque finalmente il nostro secondo bambino.”

Dopo due anni dalla nascita del primogenito, l’azienda per cui lavora Valerio gli offre una proposta di trasferimento in Africa. Il suo mestiere lo vede all’opera sulle piattaforme off shore e Katia è abituata al fatto che talvolta lui possa assentarsi da casa anche per svariate settimane.

“Il lavoro di mio marito è un po’ così. Le aziende solitamente ti chiedono sempre degli sforzi, come se necessitassero di un’ulteriore dimostrazione di fedeltà. A lui chiesero di trasferirsi per tre anni in Nigeria, a Lagos, con la promessa di un salto di qualità, ma non fu esattamente così. Un bonus gliel’hanno dato in effetti, ma la Nigeria rimaneva comunque un paese con delle problematiche particolari. Per noi, e per me soprattutto, la fase della decisione di partire rappresentò un vero e proprio bivio. Sapevo che dopo quel momento il nostro rapporto con il lavoro e la stanzialità sarebbe stato diverso. Era un po’ come un punto di non ritorno. Dopo una lunga fase di discussione senza mai essere arrivati ad una decisione completamente condivisa, decidemmo di tentare questa nuova avventura. All’epoca, il nostro primogenito seppur ben seguito in Francia, continuava a non avere una diagnosi precisa e noi eravamo molto preoccupati per questo. Volevamo andare di persona a verificare lo stato delle strutture sanitarie di Lagos, e così abbiamo fatto. Siamo partiti in perlustrazione per una settimana e ci siamo convinti che, nonostante tutto, questo trasferimento temporaneo si potesse affrontare. Che lo sforzo da fare fosse importante era una cosa chiara a tutti, ma mio marito la vedeva come una grande opportunità di maggiori prospettive per il futuro. La Nigeria ci ha domandato tantissimo, in termini di sforzi di adattamento e di energia. A Parigi ero contenta dell’ambiente internazionale in cui mi trovavo, tenevo dei corsi e facevo traduzioni. Ero soddisfatta del mio lavoro e per me lasciare tutto ciò era rinunciare ad uno stile di vita felice che ci eravamo costruiti non senza difficoltà. Una settimana prima del trasferimento ho avuto una crisi, con tutta me stessa sentivo semplicemente che non volevo più partire. Avevo molta paura per questa scelta. Ma era davvero tardi per recalcitrare e, scovando una dose di coraggio, che non so da dove io abbia attinto, salii su quell’aereo”

Nonostante i numerosi dubbi e la paura di abbandonare un progetto di vita costruito assieme, decidono di partire e di affrontare questa nuova sfida a viso aperto. Le criticità a Lagos sono molte, ma Katia cerca di affrontare la propria quotidianità con spirito critico:

“Alla fine, anche se è durato solo un anno è stata un’esperienza formativa immensa. Mi ha fatto crescere umanamente come persona. Ho trovato aspetti di me che non sapevo di possedere. Intendiamoci, era una maniera di vivere sui generis. Vivevamo in un compound, una gated community2. Alle persone non di colore era stato formalmente sconsigliato di guidare la propria auto, e avere uno chauffeur a Lagos è la cosa più normale di tutte, ed una priorità essenziale. Inoltre, prima di entrare nell’isolato in cui abitavamo, avevamo un checkpoint da passare costituito da giovani spesso non addestrati adeguatamente e armati di mitra cui era delegata la nostra cosiddetta ‘sicurezza’: tutto mi trasmettevano fuorché sicurezza. Queste erano misure che le aziende in Nigeria prevedono e mettono in atto per i dipendenti esteri. Era una realtà che chiudeva molto ma restituiva anche più di quel che domandava. Il senso di solidarietà spontaneo che ho assaporato in quel momento della mia vita non aveva precedenti. Era prassi presentarsi a qualcuno di nuovo come un ‘fresh fish’ e sentirsi dire semplicemente: Ciao, sono Roberta (nome inventato, ndr). Come stai? Hai bisogno di qualcosa? Realizzavo che quel preoccuparsi della mia condizione di ‘appena arrivata’ e quella empatia nei miei confronti stavano colpendo dritto al cuore, erano commoventi.”

Il sentirsi riconosciuta nelle sue difficoltà insieme alle proposte di aiuto sincero e spassionato accendono in Katia una sorta di motore di cambiamento. Percepisce quella solidarietà nella difficoltà comune come qualcosa su cui poter contare. Si sente parte di una comunità: il volontariato attivo nell’ambito delle adozioni internazionali e di un programma contro la malnutrizione infantile, l’inizio della pratica della disciplina dello Hatha Yoga, che mette le basi per una passione che svilupperà in seguito, contribuiscono in realtà, proprio dove meno aspettato, ad un suo nuovo equilibrio interiore profondo.

“Mi sembrava di aver raggiunto un equilibrio come famiglia anche in una situazione molto particolare come quella di Lagos. In qualche modo riuscivamo a crescere. E mentre eravamo intenti a vivere e assaporare tutto questo pienamente, accadde però che nostro figlio più piccolo cominciasse a soffrire di un’asma cronica. Una delle ricorrenti crisi divenne tanto forte da indurlo a soffrire di dolori addominali per via degli attacchi di tosse con cadenza drammaticamente regolare di circa trenta secondi. I medici ci misero di fronte ad una scelta obbligata. Il rischio di dover effettuare una tracheotomia d’emergenza era alto e a Lagos non esistevano cliniche che disponessero di strumentazioni adatte ad un bambino di due anni. Ci ordinarono il rimpatrio per motivi di salute.”

Lagos sembra essere una delle città più inquinate al mondo, ma questo non basta per giustificare l'asma del loro figlio. Katia e la sua famiglia si preparano per tornare in Francia al fine di capire quali potessero essere le cause di questa sua sofferenza.

“Stava malissimo, era disidratato perché da tre giorni non riusciva né a bere né a mangiare. Tossiva spessissimo. Non sapevamo cosa fare. Decidemmo di tornare a Parigi. Appena salimmo in aereo, da un momento all’altro, il bimbo smise di tossire. Così. Ci venne subito il dubbio di un problema psicosomatico. Ritornando a Parigi vedemmo uno psicologo per capire meglio la situazione. Sicuramente nostro figlio più piccolo non era riuscito ad adattarsi bene quanto noi altri a Lagos. Dopo tre colloqui, me lo ricordo come fosse oggi, lo psicologo disse a mio marito: ‘devo riconoscere che i suoi intenti sono davvero ammirevoli, ma credo che adesso lei debba fare una scelta molto chiara tra l’interesse della sua famiglia e quelle che sono le sue motivazioni di partenza. Le posso solo dire che ci sono dei segnali di sofferenza.’ Alla luce di ciò, Valerio contattò i suoi superiori dicendo che non sarebbe riuscito a portare avanti il suo mandato di tre anni a Lagos per motivi di salute della sua famiglia. Fece richiesta di trasferimento perché la sua famiglia stava soffrendo. Loro rifiutarono. Fu così che ci trovammo di nuovo in Francia, con una casa sì, ma senza lavoro per nessuno dei due.”

Katia prende pienamente consapevolezza della sensazione avuta prima di partire. Quel bivio in cui lei vedeva un punto di non ritorno. Con il marito tenta di nuovo un 'lancio di cv' per vedere chi fosse interessato alla loro posizione, ben consapevole del rischio di dover abbandonare forse per sempre il progetto francese.

“Abbiamo avuto un grande sradicamento… avevamo un progetto ed è stato mandato all’aria. Il famoso bivio di prima. Per ragioni di forza maggiore ce ne andammo. Quella perdita ha pesato molto su di me.”

Valerio trova lavoro in un’azienda con sede a Locarno, in Ticino. La famiglia viene subito attratta dall’ordine e dall’efficienza svizzera. In più, il raddoppio dello stipendio percepito in Francia rappresenta un valore aggiunto.

“Veniamo accolti da una splendida Svizzera Italiana. Sarei insincera a dire il contrario. È veramente tutto ordinato, pulito, puntuale, pressoché perfetto. Inoltre, la natura che ci circonda è maestosa, imponente, stupenda. Partiamo abbastanza ignari sulle vere condizioni ambientali che avrebbero caratterizzato la nostra futura casa. Locarno è una piccola cittadina. Non sapevamo però nulla in realtà di quel posto, di come sarebbe stata l’integrazione sociale e culturale in una Svizzera che parla italiano ma Italia non è. E, ad essere onesti, le sorprese non tardarono. Mio figlio maggiore cominciò ad essere preso di mira a scuola arrivando a subire dei veri e propri atti di bullismo. Per tutto il periodo in cui siamo rimasti a Locarno, lui ha continuato a subire alcuni compagni di scuola senza che se ne riuscisse a venirne a capo. Proprio in Svizzera i medici riescono però finalmente ad identificare la causa del suo male. Questo a tutta la famiglia fece fare un gran bel respiro di sollievo. Comprendere le cause, capire quali aspetti possono essere migliorati e quali invece dovranno essere accettati perché immutabili, ha rappresentato per me soprattutto la fine di un’eterna ricerca e di un’eterna preoccupazione nei suoi confronti. Ho dovuto fare un percorso profondo per accettare tutto. Inizialmente ero convinta che mio figlio fosse stato rovinato dai medici alla nascita. La realtà è che non esiste la certezza che sia andata così, poiché esiste una malattia estremamente rara che presenta un quadro clinico complesso del tutto analogo e nessuno può accertare di cosa si tratti con sicurezza. Per accettarlo ho dovuto lavorare sodo su me stessa. Questa diagnosi mi aiutò molto. Ha anche parzialmente sollevato il peso che avevo da sempre posto su di lui, tutta questa attenzione verso questo bambino, il non essere capace di accettare fino in fondo come stessero realmente le cose”.

Nonostante le difficoltà, la vita a Locarno prosegue abbastanza lineare, fino al momento in cui l’assetto lavorativo di Valerio cambia. L’azienda per cui lavora richiede che lui sia presente cinque giorni a settimana a Zurigo. Comincia quindi ad affittare un appartamento dove trascorre la parte lavorativa della settimana:

“Ad un certo punto mio marito viene trasferito nella svizzera tedesca. Una situazione invivibile per la nostra famiglia. Ci vedevamo solamente due giorni su sette. Io sono diventata molto ossessionata dalla sua assenza. Avevo sempre accettato di buon grado le assenze periodiche e quando c’era il bisogno, ho sempre fatto valigie, casse e container per seguirlo. Ma vederlo partire per cinque giorni a settimana e saperlo in una sua casa, ed una vita in fondo così “altra” da me e dal resto della sua famiglia mi lasciò fortemente perplessa. Piano piano, in concomitanza con una doppia delusione lavorativa personale, andai totalmente in crisi. Fu un anno pazzesco. Irrazionalmente, vivevo la sua lontananza come un abbandono. Ma puntavo i piedi e non mi sono voluta spostare. Lui invece non aveva altra scelta, e io capivo, ma diciamo che una cosa è capire e un’altra è accettare. Io non lo volevo un padre della domenica, un marito del fine settimana... Tutti e due pativamo molto questa distanza. L’ho capito bene un anno più tardi, quando lui è arrivato con la novità.”

FINE PRIMA PARTE

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NOTE

1.           L'espressione  métro, boulot, dodo traducibile in italiano con i termini metropolitana, lavoro, nanna è stata coniata dal poeta, scrittore e giornalista francese Pierre Béarn. Inizialmente diffusasi come slogan nelle piazze del maggio francese, in forma di critica alla monotonia e alla standardizzazione della vita Parigina e più in generale della vita cittadina, oggi viene correntemente utilizzata per descrivere il tram tram quotidiano.

2.            Con il termine inglese gated community ci si riferisce ad una tipologia di modello residenziale auto-segregativa, spesso recintata, formata da gruppi di residenze esclusive, avente accesso sorvegliato che ha caratteristiche molto differenti rispetto a ciò che la circonda.