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La Vita Secondo Katia: Il Funambolico Viaggio di una Famiglia in tre Continenti (seconda parte)

20 Nov 2018 in

 

Riprendiamo il racconto di Katia sulla sua esperienza di espatrio di cui avevamo pubblicato la prima parte qui.

 

La separazione familiare “forzata” porta un periodo di sofferenza emotiva di cui ogni membro patisce. In azienda viene proposta un’opportunità che Valerio non si lascia sfuggire e che viene accolta da tutti come una manna: si tratta di un avanzamento di carriera. È la volta di Dubai. Dopo un test d’ingresso in una scuola internazionale anglofona e la sfida dell'esporre i figli ad un sistema e a un ambiente multiculturale in un contesto nuovo, il clan si sposta di nuovo, lasciando il Ticino, con una valigia carica di curiosità ed eccitazione.

“Ero contentissima. Ho insistito: partiamo così potremmo di nuovo stare tutti assieme. L’ingresso alla scuola internazionale ebbe luogo il giorno di Pasqua del 2013. Nulla poteva parlare più chiaramente del salto culturale in corso, motivato dalla macroscopica differenza di impronta religiosa! Anche questo contrasto sarebbe stato profondo ma non ci spaventava nella maniera più assoluta. Inoltre per la prima volta dopo tanti anni, io avevo di nuovo il privilegio di un aiuto casalingo fisso e di una mole di tempo libero che sentivo voler investire in modo proficuo.  Non sono mai stata esattamente il genere di donna expat, “trailing spouse” o coniuge a seguito, che si trastulla tra cene benefiche, colazioni internazionali, manicure e pedicure. O meglio, ovviamente so godere dei piccoli piaceri della vita e di questi aspetti indubbiamente speciali che la vita all’estero, sotto determinate condizioni, sa offrire, ma un nuovo equlibro da ricercare per me deve collocarsi a metà strada tra i privilegi di cui siamo consapevoli e grati e l’impegno che ognuno, nella nostra piccola tribù, deve mettere nel nuovo progetto.

Cominciai quindi a studiare yoga, lo stesso che avevo scoperto a Lagos e di cui mi ero perdutamente innamorata.  A Dubai, vero crocevia tra Oriente ed Occidente, con una massiccia presenza di popolazione di origine Indiana, lo yoga arriva in grande quantità, sotto tutte le sue varie scuole d’origine e molto facilmente, con un’aderenza alle radici di partenza piuttosto fedele: non potevo chiedere di meglio! Feci una serie di incontri fortunati con insegnanti eccezionali, persone che incarnano lo yoga come pratica e come stile di vita, che lo trasmettono con generosità e passione, fonte per me di perenne ispirazione e veri punti di riferimento. Ero soprattutto divertita dal fatto che nuovamente, dove meno me lo sarei aspettato, ovvero nel “nuovo Paese dei balocchi”, io sia riuscita a scovare tutto quell’amore per una disciplina che richiede cosi tanta tenacia e persistenza e una spiritualità molto profonda. Dopo un training intensivo di tre mesi cominciai il mio percorso di insegnamento, istruttrice, acquisendo la prima parte di un percorso formativo che naturalmente durerà tutta la vita e iniziai timidamente ad offrire le prime lezioni gratuite ad alcune amiche, constatando di persona l’efficacia e la bellezza del metodo che non solo poteva funzionare su di me ma anche su ogni persona che avesse intenzione di provarlo su se stessa. Cominciai ad affezionarmi all’idea di poter fare del bene agli altri, attraverso lo yoga! Per pagarmi i corsi cercai un’occupazione temporanea. Un giorno, dopo aver portato i miei figli alla scuola internazionale notai un istituto per l’infanzia, un equivalente della scuola materna. Mi proposi proprio in quell’istituto come assistente all’insegnamento, giacché di base sono insegnante di scuola secondaria, non infantile o primaria. Non avevo alcuna aspettativa e neanche qualcosa da perdere. Mi dissero che erano alla ricerca di personale bilingue inglese e francese e che io facevo al caso loro. Così cominciai a lavorare pagandomi la formazione per lo yoga. Fu un’esperienza che mi piacque tantissimo. Tutt’oggi adoro lavorare con i bambini.”

L’esperienza di Dubai dura poco. Appena un anno dopo, la sede dove lavora Valerio chiude perché acquisita da un’azienda più grande. Katia e la sua famiglia vengono dirottati su Johannesburg.

“A Johannesburg ci siamo trovati benissimo. Ci sentivamo più tranquilli rispetto a Lagos. C’è da dire poi che il Sudafrica regala delle esperienze dal punto di vista naturalistico fuori dal comune: paesaggi grandiosi ed una natura accessibile, diretta che si offre così vivace e presente, pronta per essere goduta e ammirata in tutti i suoi misteriosi e affascinanti aspetti. Io continuai con la pratica dello yoga, insegnavo e proseguivo i miei studi attraverso seminari e workshop intensivi, ero ufficialmente entrata a far parte della comunità yogica disseminata in tutti gli angoli della terra, e questa consapevolezza mi rendeva felice e capace di sentire che stavo anche io facendo la differenza nella vita delle persone che mi ricercavano. Della scuola sudafricana eravamo entusiasti. I ragazzi venivano educati al rispetto per le forme e si mostravano estremamente corretti nei confronti degli adulti, un genere di autorevolezza che le scuole finora incontrate non ci avevano fatto conoscere. In piedi, la mano sul cuore, con un’uniforme che tutti armonizza ed ugualizza, cantavano l’inno dell’istituto, quello nazionale, imparavano l’Inglese ma anche l’Afrikaans e lo Zulu nel rispetto dei cambiamenti politici profondi dell’era iniziata dopo il grande Mandiba, Nelson Mandela.

Mio marito dirigeva il progetto della più importante centrale elettrica africana finora realizzato. Un progetto che ha dato lavoro a migliaia di persone, ma che soprattutto ha portato “luce” e reale cambiamento di vita a molte aree non ancora raggiunte dalla corrente elettrica, nelle numerose townships attorno a Johannesburg. Io potevo dedicarmi con facilità ad alcuni progetti di volontariato, come in passato. Non facevamo solo un’esperienza personale e umana, felice e positiva in un contesto culturale ricco e sfaccettato, ma ci sentivamo anche quasi testimoni oculari della “storia” che le nuove generazioni, in questo momento di grande rottura, stanno scrivendo. Il privilegio di essere lì, in quel momento, di respirare quell’aria, impregnava ogni nostra giornata e colorava l’anima degli stessi splendidi, indimenticabili colori dei tramonti sudafricani. Di nuovo, si potevano stringere legami forti e immediati nella comunità internazionale che ci accoglieva così come in quella locale, così fraterna direi. Soprattutto, colpivano le attenzioni verso i pericoli della diffusa criminalità e la pericolosità di alcune situazioni e le manifestazioni di grande altruismo che ricambiavamo in un circolo virtuoso caldo, nutrimento del cuore. 

Tuttavia, l’azienda di mio marito che stava subendo degli importanti tagli del personale cominciava a spopolarsi e il ritorno alla casa madre svizzera appariva come una condizione favorevole per evitare una simile sorte. Abbiamo vissuto il rimpatrio come un’ingiustizia inappellabile, un percorso bruscamente infranto, un equilibrio spezzato! Ci sentivamo cacciati da Johannesburg, proprio nel momento in cui stavamo approfittando a pieno di quello stile di vita, di quelle relazioni umane e proprio mentre sentivamo, ognuno dal proprio punto di vista, che stavamo continuando a “costruirci” come individui, a divenire ciò che davvero siamo nella nostra essenza! Siamo stati costretti ad andarcene per tornare a Locarno, che era 'casa', certo, ma che non eravamo ancora pronti di raggiungere. Sentivamo che volevamo semplicemente continuare il ‘viaggio’. Solo il piccolo, legato da primi ricordi positivi, era molto contento di tornare. Questo mi consolava molto, ma si ripresentava lo spettro dei problemi di integrazione subiti dal grande…”

A malincuore tornano in Svizzera. Provano ad iscrivere il primogenito ad una scuola cattolica privata per paura che il bullismo subito negli anni delle elementari potesse riproporsi anche in quel momento.

“In Ticino le cose non sono andate come sperato o prospettato. La ristrutturazione interna dell’azienda di mio marito ha presto toccato punte impensabili. All’interno della popolazione aziendale si instaura un clima psicologico pesante. Siamo stati a Locarno altri due anni, ma molto presto le cose si sono messe male anche per gli stessi responsabili e dirigenti: il terreno sotto i piedi iniziava a mancare anche ai vertici. Iniziava la corsa al 'si salvi chi può'. Alcuni cosidetti ‘cacciatori di teste’, agenti che ricercano per conto di altre aziende del personale qualificato, non mancavano dall’orizzonte per fortuna, ma non ogni offerta si rivelava praticabile o interessante. Per esempio, nel nostro caso, la condizione sine qua non doveva sempre essere la scuola internazionale e una copertura medico sanitaria di tutto riguardo."

È altamente destabilizzante sentir parlare di offerte che un giorno offrono una posizione in capo al mondo e due giorni più tardi ne prospettano un’altra al capo opposto. Valeriocerca di contenere su di sé questa fase di incertezza. Decide di giocare le sue carte cercando di non scombussolare troppo gli umori all’interno della famiglia, mettendoli al corrente di un cambiamento eventuale, solo dopo attente valutazioni e solo quando ritiene che ne valga la pena.

“Improvvisamente, nell’Aprile scorso, Valerio mi parla di un’offerta della quale mi ha tenuta all’oscuro finché non si è trasformata in una vera e propria opportunità. Non voleva confonderci le idee. Riguardava il Belgio, più recisamente Anversa.”

L’azienda che contatta Valerio offre condizioni molto interessanti e prima fra tutte una scuola internazionale inglese con sistema IB (International Baccalaureate, ndr)1:

“Anversa è una città con un allure nordico molto tipico e pittoresco. È a due ore e mezza da Parigi, quattro da Londra, a un passo dall’Olanda, dal Lussemburgo, dalla Germania, nel cuore delll’Europa! È un pozzo di storia, arte, cultura, un punto di incontro di svariate nazionalità, porto di importanza internazionale, capitale dei diamanti e dell’oro, centro nevralgico della moda, della musica, dal ritmo vivace ma non folle, stimolante, offre sempre qualcosa da fare, specialmente nei fine settimana. La scuola poi ci era piaciuta tantissimo, e dopo qualche notte insonne e cinque giorni di vacanza trascorsi nel cuore di Antwerp, dopo aver ricevuto l’OK dal piccolo di casa, l’osso più duro da convincere, all’idea di ripartire dal Ticino, abbiamo deciso di nuovo di riprendere il volo. Di venire qui.

Io adesso mi sto raccontando dal Belgio; è solo da fine agosto che siamo ad Anversa con i ragazzi ed è davvero troppo presto per esprimersi su questa nuova realtà. La differenza tra questo passaggio ed i precedenti, è che questa volta abbiamo messo  i nostri figli al centro del progetto e gli autori principali della decisione sono stati loro. Non abbiamo lasciato che si sovraccaricassero di responsabilità che non competono loro, abbiamo però ritenuto giusto domandare innanzitutto il loro parere più spassionato:

‘Vogliamo onorare il fatto che siete ragazzi maturi. Siete forti, aperti al nuovo, capaci di inserirvi anche dopo brevissimi tempi in situazioni totalmente sconosciute. Vi siamo riconoscenti di tutti gli sforzi intrapresi e ci è evidente che a livello scolastico e non solo, quello a cui vi abbiamo sempre sottoposto è stato un investimento intellettuale ed emotivo che richiede una dose di energia e di fiducia che non sono comuni. Inoltre, per tutta la flessibilità dimostrata nel tempo siete diventati due contorsionisti provetti e ci auguriamo che questo bizzarro e miscellaneo bagaglio che vi stiamo facendo portare in giro per il mondo, dalla freschezza dei vostri anni più verdi, vi serva da ispirazione futura e sia motivo di sicurezza in voi stessi e nelle vostre impressionanti capacità. Vi abbiamo chiesto tanto. Voi avete sempre risposto con dei voti brillanti a scuola e con un comportamento e un atteggiamento impeccabili. Questa volta vorremmo chiedere a voi. Come l’avete vista questa città, come l’avete sentita questa settimana? Vi potete immaginare una vita qui?’ Siamo rimasti ad attendere il loro feedback. E loro ci hanno risposto, entrambi: ‘Ci saranno sicuramente delle cose della Svizzera che ci mancheranno, però crediamo che questo sia un ambiente più stimolante’. Entrambi hanno detto: ‘Secondo me possiamo venirci. Dai va bene, andiamo, facciamo quest’altra cosa insieme!'"

Katia racconta con entusiasmo il coinvolgimento dei figli nelle scelte importanti della famiglia, è molto orgogliosa di avere due figli con cui poter discutere e decidere assieme le traiettorie di vita.

“In questo senso ho una grande stima verso i miei figli ma anche verso me e mio marito come persone. Abbiamo attraversato molte situazioni che destabilizzano, anche nel profondo, ma la visione d’insieme comune non si è mai diradata dall’orizzonte, abbiamo sempre guardato dritto davanti a noi e abbiamo preseguito la nostra strada.”

In questo momento, Katia sta cercando di rimettere radici anche ad Anversa e di rilanciarsi anche in quella che è la sua passione.

“Adesso, essendomi sradicata un’altra volta, non sono in forma al cento per cento, né fisicamente né mentalmente. E quindi non sono pronta a fare l’insegnante di yoga qui. Devo prima ritrovare le mie fondamenta, i miei riferimenti di base e da lì piano piano risalire sempre più per poi tornare ad essere nuovamente totalmente ri-equilibrata, da poter trasmettere ad altri l’equilibrio che è a tutti così necessario. In questo momento sto ancora cercandolo per me stessa, ma sento che me ne sto appropriando ogni giorno un po’ di più e che sto tornando, piano piano dritta verso il mio vero “centro”, la mia essenza di persona che si porta le proprie radici appresso e si ripianta e si radica, ovunque voglia. Sono appena arrivata e quindi sarebbe prematuro cimentarmi nell’insegnamento dello yoga. Sto andando io a lezione, sto cercando il mio nuovo maestro, poiche un insegnante di yoga è innanzitutto un allievo e ricercare una nuova guida per la crescita della mia pratica personale, per il mio dharma  è di importanza fondamentale. Sto frequentando due studi diversi e questo mi da consapevolezza su me stessa, non solo dal punto di vista dell’insegnamento. Ci vuole del tempo e so che devo essere paziente.

Negli ultimi otto anni si sono susseguiti numerosi cambiamenti. Devo pensare ad una cosa alla volta, in questo lo yoga aiuta perché attraverso l’ascolto di se, insegna a sintonizzarsi sullo stato attuale delle cose, registrandole per quelle che sono con obiettività e verità. Quella che in quel giorno particolare sembra essere la direzione inevitabile degli eventi non può e non deve prendere il sopravvento sull’identificazione di un progetto originale più ampio, libero, coerente a sé stesso. Non bisogna cedere alle défaïance momentanee, agli impedimenti provvisori, perdendo di vista la visione più ampia delle cose. Così facendo non si perde mai. Ci sono dei momenti difficili, di scoramento e di grande stanchezza, anche fisica. Ma è normale. Non c’è però la resa totale, né tanto meno la tragedia. Mi capita di vedere persone attorno a me, nel mio mondo di expat, a cui è capitato proprio questo. Parlo di persone appena arrivate: mi capita ancora adesso di stringere la mano delle persone che fanno un po’ la mia stessa vita e chiedere: It’s ok? Hai bisogno di qualcosa? Come la mamma belga a Lagos… L’altro ieri ho incontrato alla scuola dove vanno i miei figli, una signora argentina arrivata da poco: non parla inglese, non conosce nessuno. Lì sono stata io a chiederle se avesse bisogno di qualcosa. Le ho preso la mano e guardandola negli occhi le ho detto: ‘guarda, abbiamo tutti fretta di sistemare le cose ma a volte questa premura dovremmo abbandonarla, questa tentazione di avere fretta. Ricomincia a guardare le piccole cose che giorno per giorno riesci a mettere al loro posto e trai soddisfazione da questo. Credo che sia un grande insegnamento che ho ricevuto dalla mia vita.'"

Le chiediamo se vede nel futuro della sua famiglia un eventuale ritorno in Italia.

“Forse non tornerei in Italia, ma tornerei a Torino. Nel senso che lì c’è una ricca parte della mia vita affettiva. I miei nonni che non ci sono più, ma rimangono nel ricordo. E poi c’è tutta la mia famiglia! Venendo da una famiglia siciliana, per me la famigghia! è super-importante! Non solo quella che mi sono fatta io ma quella d’origine. C’è un affetto profondo, una cooperazione e un senso d’appartenenza che è invidiabile! Non tutti ce l’hanno una famiglia così! I battesimi e le comunioni dei miei figli li ho organizzati in modo da poter incontrare il più alto numero possibile di membri della famiglia. Delle volte ci siamo spostati noi. Non siamo molto osservanti, più che altro volevamo che fossero dei momenti vissuti e condivisi insieme. Il fatto di avere una famiglia sempre pronta a dire: ‘Ti rendi conto che hai fatto una cavolata!?’ È un grande valore per me. C’è bisogno ogni tanto di qualcuno che ti guardi in faccia e senza peli sulla lingua ti dica apertamente quello che crede e che pensa. È una bella ricchezza.”

Chiediamo a Katia se c’è una sensazione, un ricordo particolare che possa trasmettere il significato di ciò che è stata la sua esperienza da expat fino ad oggi. Un’esperienza fatta di nove spostamenti in sette paesi diversi con momenti estremamente belli affiancati a momenti estremamente difficili. La risposta che ci dà non è tanto una sensazione o un ricordo ma trasmette bene il senso di positività e d’intraprendenza che ha contraddistinto l’intera ora passata con lei a parlare della sua vita.

“Mah ti dirò collegherei una serie di parole… comincerei con ALTERNATIVA. Che poi si trasforma in ESIGENZA, un’esigenza che in realtà è anche OPPORTUNITÀ, e finisce col diventare parte di te, una CRESCITA, e questa è la quarta ed ultima parola. Quella definitiva. Un percorso in te stesso. Se sei fortunato, raccogli i frutti di questo viaggio che hai condiviso con il tuo partner e con i tuoi figli che stanno crescendo; e insieme cresciamo anche noi. Mi auguro e mi illudo che questo possa rappresentare una profondità d’animo e una visione del mondo un pochettino più allargata. Mi piace pensarla così.”

 

 

 

NOTE

1.            L’international Baccalaureate è un titolo di studio internazionale, equipollente al titolo di maturità italiana, creato appositamente per essere riconosciuto da un ampio numero di paesi e istituzioni universitarie al fine di facilitare la mobilità studentesca internazionale ed alleggerire la burocrazia del riconoscimento dei titoli di studio di paesi terzi. https://www.ibo.org/