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Psicoterapia Online per Expat: Uno Studio Esplorativo (prima parte)

15 Dec 2018 in

In occasione del 21° congresso della Society for Psychotherapy Research – Italia, tenutosi all’Università degli Studi di Palermo nei giorni 4-5-6 ottobre 2018, è stata presentata la ricerca: Online Psychotherapy for Expat. An exploratory study, condotta da M. Di Girolamo, A. Pisterzi, V. Bianchi V., V. Druetta, S. Gullo.

La prima parte della ricerca si pone una domanda ben precisa: come stanno gli italiani che vivono all’estero? Per tentare di dare una risposta a questa domanda sono stati intervistati alcuni expat che vivono e lavorano in diversi paesi del mondo. Questa prima fase dello studio è volta a capire quali siano le condizioni di salute psicologica degli expat italiani all’estero, quali siano le loro principali difficoltà e se queste possano essere tema di discussione con gli altri expat.

Dando una prima occhiata ai risultati esposti sembra che si debba distinguere fin da subito tra due differenti 'strategie d’espatrio'.

La prima, decisamente maggioritaria tra i soggetti intervistati, vede l’espatrio come una scelta personale derivata dal desiderio di coltivare un proprio progetto di vita ed è orientata da due motivazioni principali. Da un lato, troviamo il desiderio di esercitare la professione desiderata, ritenendo l’Italia un contesto poco vantaggioso rispetto al paese ospitante per esaudire tale aspettativa; per contro, guardando all'estero vediamo la possibilità di ricevere un compenso più alto rispetto a quello stimato nel contesto d’origine.
Il secondo gruppo di soggetti dichiara di essere emigrato per una proposta ricevuta dai datori di lavoro. Il ruolo “passivo” ricoperto nella scelta della destinazione e dei temi sarà molto importante quando andremo poi a vedere più nel dettaglio alcuni risultati dello stesso studio.

In questo senso, le maggiori cause di sofferenza sperimentate da coloro che hanno scelto di partire inseguendo un proprio progetto, sono rappresentate dalla mancanza dei familiari e degli amici, dal senso di solitudine esperita in determinati momenti del proprio percorso d’espatrio e da tutta una serie di sintomi che vengono indicati come un 'stato di malessere generalizzato', a cui però risulta difficile dare una forma e un nome precisi.

Questa strana sensazione in aggiunta, risulta essere la più importante causa di sofferenza nel gruppo di chi è migrato per proposta di entità terze. La difficoltà a nominare e dare una forma a questa sensazione di malessere viene accompagnata da un sentimento di insoddisfazione verso le relazioni sociali instaurate e da un difficile apprendimento della lingua del paese ospitante decisamente maggiore rispetto al grado di difficoltà linguistica dichiarato da chi sceglie la propria traiettoria migratoria.

Il team di ricerca si è poi interessato a capire se queste tematiche fossero in qualche modo condivise e socializzate nelle conversazioni con altri expat nel medesimo contesto. E alla domanda “di cosa parlano gli italiani all’estero quando sono con altri italiani?” la risposta non poteva essere più scontata… ovvio, di cibo!

Ebbene sì, come da tradizione e stereotipo, il tema del cibo è l’argomento principale in entrambi i gruppi. Un dato questo, che fa riflettere su come il cibo sia uno strumento dotato di tantissimi significati culturali, sociali, nonché psicologici, che spesso vanno oltre la mera soddisfazione dei bisogni primari.

Altri importanti argomenti di conversazione molto presenti risultano essere la famiglia, la cultura d'origine e l’Italia più in generale, tutti argomenti che riguardano le varie sfere della identità.

Il secondo gruppo (i soggetti che sono emigrati a causa di una proposta lavorativa precedente la partenza, ndr) si differenzia dal primo per il tema della difficoltà di apprendimento della lingua. Di Girolamo e colleghi ipotizzano che questo dato possa derivare dal fatto che, chi emigra aderendo ad una proposta esterna, difficilmente sceglie la destinazione e, di conseguenza, si può pensare che abbia una preparazione linguistica e culturale rispetto al contesto d’arrivo differente da coloro che espatriano per un progetto personale, e che probabilmente potrebbero essere maggiormente motivati a studiare la nuova lingua, ad apprendere e comprendere alcuni aspetti chiave del contesto culturale che andranno ad incontrare una volta partiti.

Per quanto riguarda le aspettative delle persone che hanno scelto di partecipare a questa indagine, si può dire, seguendo i risultati presentati, che siano state ampiamente attese. Chi pensava di trovare un lavoro migliore rispetto a quello che aveva prima lo ha effettivamente trovato (questo nella maggior parte dei casi). Chi credeva che la partenza avrebbe migliorato la propria condizione economica, non ha avuto delusioni. Anzi, alcuni expat che da questo punto di vista avevano delle basse aspettative, si sono poi ricreduti.
Un discorso a parte va fatto per le aspettative nei confronti del sistema sanitario. Sembrerebbe che gli expat interpellati abbiano diverse difficoltà ad interagire con questo aspetto della nuova vita e che in qualche modo rivalutino i servizi di sanità pubblica offerti dal proprio contesto d’appartenenza.

Il profilo di expat che ricercatrici e ricercatori hanno elaborato alla luce dei risultati estratti da questa indagine, sembra parlarci in maniera chiara da alcuni punti di vista. Come Di Girolamo stessa afferma: “Sembra che gli expat intervistati in questo studio abbiano in qualche modo deciso di incontrare la propria identità personale in un contesto altro da quello d’origine. Nel fare ciò, sembrano aver sacrificato, in varia misura, l’incontro con gli aspetti culturali e contestuali della propria identità. La profonda differenza esperita tra il nuovo contesto e quello d’origine viene spesso narrata sotto forma di sentimenti di solitudine, mancanza di relazioni sociali soddisfacenti e in questo senso di malessere generalizzato e in parte sconosciuto. Una frase di una ragazza da noi intervistata risulta essere particolarmente eloquente. Parlando della sua esperienza di psot-doc all’estero si rivolge a noi con una riflessione personale: Ho paura che alla fine della giostra non valga la pena aver scelto di sacrificare le mie persone più care per stare qui da sola a lavorare.”

È interessante come questa affermazione, anche se apparentemente si concentra su una valutazione negativa dell’esperienza di espatrio, in realtà ponga l’accento non tanto sul tema del fallimento dello stesso, ma sulla paura e sull’indeterminatezza di questa condizione. Quel ‘Ho paura che’ ci parla più che di una sconfitta, di un’indeterminatezza che spesso può rivelarsi positiva, come nei casi di miglioramento della propria condizione lavorativa e remunerativa, ma che comunque chiede in cambio una ristrutturazione dell’identità personale funzionale alla vita nel nuovo contesto. Questo comporta delle sfide e delle rinunce sul piano dell’identità che spesso veicolano un senso temporaneo di 'assenza', una paura di svanire insieme alle relazioni importanti che abbiamo lasciato indietro. Una nostalgia del passato, del presente e la paura di un futuro indeterminato (indeterminato come il malessere che molti dichiarano di provare in contesti d’espatrio) che accompagna molto spesso le traiettorie migranti. Si tratta tuttavia di un passo importante la cui risoluzione gioca un ruolo chiave nella ridefinizione di se stessi come expat e in qualche modo necessario per appropriarsi di un nuovo futuro.

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