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E Partiva l'Emigrante: Lettere e Memorie di Partenze tra Ottocento e Novecento

19 Jul 2019 in

L'emigrazione italiana è un fenomeno di lunga data; già a partire dal 1850 cominciano a salpare dal porto di Genova i primi brigantini a vela per il Sud America. Il viaggio può superare i 40 giorni a seconda della destinazione: la nave durante la traversata atlantica passa anche quindici giorni senza approdare in porto. Si può affermare che l‘emigrazione italiana si sia articolata in tre ondate.

Il primo periodo, che va dal 1861 dopo l'Unità d'Italia fino agli anni venti del XX secolo con l'ascesa del fascismo, noto come ‘Grande Emigrazione’, coinvolse circa venti milioni di italiani. In quegli anni le mete predilette furono i paesi dell’America Latina e gli Stati Uniti.

Il secondo momento di forte emigrazione all'estero è situato tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni ’70 del novecento e viene definito una fase di ‘Migrazione Europea’. In quegli anni, le mete cambiarono rispetto alla prima ondata e si registrarono importanti spostamenti nei paesi settentrionali dell’Europa: Germania, Svizzera, Belgio e Francia furono i paesi che più di tutti accolsero gli emigrati italiani.

Una terza ondata è quella odierna, destinata all'espatrio, cominciata all'inizio del XXI secolo e che è conosciuta come ‘Nuova Emigrazione’. Risulta essere la causa diretta delle difficoltà della crisi economica mondiale e interessa in particolar modo i giovani. Ad oggi, tuttavia, registra cifre minori rispetto alle due precedenti ondate.

 

Parlare di ondate di emigrazione non significa rivolgersi a questo fenomeno da un punto di vista prettamente sociologico e demografico. I flussi di persone, soprattutto se così numerosi, detengono un forte potenziale di costruzione culturale sia in chi parte che in chi rimane nella terra natia. Mitologie e leggende familiari spesso si uniscono e si intrecciano costruendo una narrazione comune della storia che diventa patrimonio di tutti. Si tratta pur sempre di un meccanismo adattivo: le partenze definitive o quasi-definitive sono vissute con un’intensità analoga a quella di un lutto per la morte di una persona cara, e una chiave di lettura e di esorcismo culturalmente comune diventa una necessità per rielaborare il vissuto di perdita e abbandono. Ricucire queste trame è un’opera estremamente importante sia per i protagonisti delle partenze sia per i posteri che avranno la necessità di ricollegare la propria appartenenza a una storia che altrimenti verrebbe percepita come stroncata e interrotta.

A questo proposito ci sentiamo di segnalare gli interessanti lavori condotti dal MeM (Memoria e Migrazioni) del Museo del Mare di Genova e del Museo dell’Emigrazione Italiana Online a cura della Fondazione Paolo Cresco.

Il primo è un percorso tematico che racconta come le migrazioni hanno segnato e segnino tutt’oggi la società italiana. A partire dal mondo contadino dell’800 viene ricostruito il viaggio di milioni di persone che passando per Genova si trasferirono nel Nuovo Mondo: dalla Boca di Buenos Aires agli sperduti villaggi dell'Amazzonia, per terminare con l’emblematica Ellis Island. Il percorso si articola tra foto dell’epoca e una preziosa raccolta di lettere e testimonianze di emigranti italiani che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, transitarono per il porto della città.

Il secondo è un archivio messo a disposizione online dalla Fondazione Paolo Cresci. La collezione di documenti, riviste, oggetti è il frutto di un paziente e meticoloso lavoro di ricerca di Paolo Cresci che partendo dalla ricostruzione delle proprie migrazioni familiari ricostruì buona parte delle esperienze emigratorie degli abitanti della Garfagnana. La raccolta è composta da epistolari, cartoline, fotografie, riviste, quotidiani, libri e vari oggetti personali, testimonianza di una molteplicità di persone che tra il XIX e XX secolo abbandonarono l'Italia in cerca di fortuna.

 

Le cronache della Grande Emigrazione raccontano di vite con fortune alterne. In alcuni casi le lettere destinate ai cari lasciati nella terra natia descrivono le gioie che la vita nel nuovo continente ha portato a coloro che sono partiti. Ne è l’esempio la lettera che Maddalozzo Michele, originario di Cismon in Valbrenta (VI), scrive al padre e al fratello rimasti in Italia. Siamo nel 1877.

 

“Se facessi conto di venir qui con noi ti aspettiamo con ansietà per vedervi felici, perché oltre a quello che dissi sopra qui e posizione più sana che nei nostri paesi. Acqua e aria eccellente. […] Non abbandonate il pensiero di venire qui con noi, fate conto che sia la voce di Dio che dice la vostra penitenza del Purgatorio di Cismon è finita, fuggite da questa Carcere ed andate in libertà a godere dove siete esortati e questo basta perché parla il cuore e non la lingua”.

 

Altrettanto roseo è il futuro che avrebbe atteso Clementina Tavernari e Alfonso Malvasi. I due si rifugiarono in Brasile dopo che Clementina, iscritta alla Massoneria e protagonista dei moti rivoluzionari del 1848, provò a rifugiarsi in Svizzera. Alfonso, il marito, dopo una serie di concerti in Brasile venne fatto ricevere dall’allora imperatore Dom Pedro II. Tra la coppia imperiale e gli esuli italiani nacque uno strettissimo rapporto d’amicizia che negli anni permise loro di fondare una colonia modenese in Brasile, l’attuale Porto Real. D’altro canto sono molte le testimonianze che raccontano storie tutt’altro che gradevoli. Gran parte del materiale messo a disposizione narra di esperienze di duro lavoro, non sempre retribuito. Alcuni scrivono dicendo di essere stati ingannati: le promesse di terreni e di città pronte per essere abitate si rivelarono in molti casi solo specchietti per allodole. La testimonianza di Pietro Ferronatto del suo arrivo in Brasile nel 1885 è particolarmente rappresentativa di queste condizioni:

 

“Nessuno sapeva cosa fosse il Brasile. Qui siamo venuti per migliorare la nostra condizione di vita. Il nostro viaggio durò quaranta giorni. Molti facevano piani fantastici ma la realtà si rivelò completamente differente. […] Per mancanza di mezzi, io e la mia famiglia facemmo il tragitto a piedi. Altre famiglie fecero lo stesso. Le strade dovevano essere ancora aperte e l’unica soluzione era aprirle a colpi di falce […] A fine giornata ci fermavamo per accamparci e la mamma ci preparava da mangiare. Dopo vari giorni di lotta con la foresta arrivammo alla colonia Dona Isabel, dove ci aspettava lo zio Nei. L’incontro significò lacrime e allegria. Proseguimmo con lui […]  fino ad Alfredo Chaves, dove ci era stato riservato un terreno montagnoso e difficile da lavorare. Cominciammo la nostra vita piantando miglio, allevando maiali e galline.”

 

Nel 1889 Carlo Ferrari scrive da San Paolo, Brasile, a riguardo delle condizioni di lavoro in cui gli immigrati sono costretti a sottostare:

 

“Alle imprecazioni, ai gemiti, alle esclamazioni, alle preghiere, alle suppliche di tanti emigrati, si scuoterebbero un cuore fosse pur cerchiato di ferro! Molti vengono mandati lontano venti o trenta miglia, alla coltivazione dello zucchero e del caffè; e per mercede hanno appena il vitto dimodoché sono costretti a fuggire. Almeno questo vitto fosse buono! Ma invece solo riso e polenta, senza pane, e per giunta al guadagno molti sono divorati dai bissi e dalle berne che moltiplicati cadono malati.”

 

Non molto diversa del resto, dalla lettera che circa sessant’anni dopo scrisse Daniele Triches alla sua famiglia. Ha 22 anni e nel 1948 fu chiamato da una neonata impresa italiana a codirigere la costruzione di una centrale elettrica in Patagonia:

 

“Sono rimasto così male quando sono sbarcato la prima volta a Ushuaia! Non c’era niente, ma niente, niente, niente! C’era una strada principale, fango, dei pali di legno in mezzo alla strada con i fili della luce, pozzanghere… niente di quello che ci avevano raccontato. […] Un lavoro, in mezzo a quella “brughiera”! C’erano dei cespugli di calafate, una pianta che da noi assomiglia a un mirtillo ma solo che lì era un cespuglio, e dicevano che chi avesse mangiato quel calafate sarebbe tornato lì di nuovo.

Allora io non l’ho mai mangiata, nel dubbio!”

 

 Lo stesso viaggio rappresentò spesso motivo di scoramento e disillusione. È bene ricordare che la maggior parte degli emigranti, dopo aver venduto terreni e case per partire, non poteva che permettersi un biglietto di terza classe o inferiore. Al di là del tipo di natante utilizzato per effettuare la traversata, che fosse un brigantino a vela, a vapore o un transatlantico, le camerate venivano comunque organizzate in modo da ospitare fino a 200 persone per stanza. Un oblò ogni dieci o venti metri lasciava entrare quel poco di luce che veniva filtrata dall’acqua del mare dato che i dormitori di classe inferiore venivano ubicati nei piani bassi dello scafo, al di sotto il livello del mare e le condizioni igieniche lasciavano molto a desiderare e i tumulti nelle stive erano frequenti.

 

 “[…] Nel bastimento siamo spessi come in un buco d’ave. E’ morto un giovane di 5 anni ed era un bellissimo giovane ben nutrito ce ne sono altri otto ammalati gravemente. Uno strepito chi piange chi si lamenta […] e dicono se si parte si muore tutti prima di arrivare nell’America. […] Noi siamo fatti un N. di 103 capi di famiglia e […] portiamo la ragione che abbiamo in contratto il bastimento a vapore e non a vela e vogliamo partire a vapore e non a vela, o il danaro che abbiamo versato. Sono giunti i traditori a Marsiglia. De P.., C... e T... e noi in circa 100 persone li abbiamo presi in mezzo e volevamo ammazzarli tutti e tre. Un bordello straordinario allora. […] Dunque al presente non so se andrò nell’America o se venirò a casa perché in bastimento a vela non posso partire perché i giorni sono troppi. Non posso mangiare il pane che è duro come un pezzo di ferro e non si bagna. […] Intanto C. e T. sono prigionieri, e noi incerti della partenza. Ecco cara moglie e figli le mie dolorose notizie e i miei patimenti. Maledetta quella volta che mi decisi alla partenza che mi son messo nelle mani di questi mercatanti di carne umana. Ma l’emigrazione continua e progredisse li compatisco sono amanti di novità vanno in cerca del tradimento, della schiavitù, del dolore, vanno incontro alla morte.”

 

Queste sono alcune delle numerose testimonianze dirette di persone che per necessità o per inseguire un sogno decisero di partire per l’America. Le poche righe qua scritte non bastano di certo a delineare un quadro così complesso e variegato. Ci sarebbe ancora tanto da scrivere su come queste testimonianze abbiano contribuito a costruire una cultura dell’emigrazione in Italia. Ad esempio, sono numerosi i canti popolari provenienti da ogni regione che fanno riferimento all’espatrio e tanto altro ci sarebbe ancora da scrivere sulle storie di intolleranza e violenza che moltissimi emigranti subirono, in America così come negli altri stati d’Europa, ed è una storia che non smette di ripetersi tutt’oggi d’altronde. Tuttavia, il valore della testimonianza diretta in questo caso ci permette di cogliere un aspetto più intimo dell’esperienza migratoria; ci collega con maggiore intensità ai sogni, alle disillusioni e alle gioie di chi decise di partire. Tutti aspetti che non sembrano essere così diversi in chi espatria oggi, inseguendo un sogno, la voglia di fare carriera o il bisogno di lasciare il proprio paese perché semplicemente così non va. Altri tempi… direbbe qualcuno, e probabilmente avrebbe ragione. Altri tempi, attori diversi ma emozioni simili, sensazioni comuni, paure e ambizioni che fanno dell’esperienza d’espatrio, un fenomeno tanto complesso e difficile nella sua strutturazione quanto comprensibile e familiare alla vita di ogni essere umano.