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Il Dizionario di Transiti | B di Bagaglio

14 Feb 2020 in

Bagaglio è un nome maschile, che deriva dal francese antico bagage, di etimo incerto. In inglese è luggage, in tedesco Gepäck, ma quando il senso si fa figurato e il termine indica il patrimonio di conoscenze, il concetto si traduce con knowledge - Wissen per i tedeschi - comprendendo nello stesso termine il contenitore e il contenuto. 
Se viaggiare ci offre la possibilità di aprire lo sguardo ampliando gli orizzonti, se l’espatrio nella “Terra Patria” è andar per mondi sviluppando le nostre soft skills, non è escluso che il bagaglio di knowledge e skills che ci portiamo appresso si faccia più articolato e al contempo più leggero, mano a mano che le conoscenze e le competenze prendono forma in nuovi spazi e nuovi modi operandi.

C’era sempre una frase che dicevo quando partivo, per esempio quando ho vissuto a Ibiza o in Australia”, ci racconta Antonio B.: “ed è… una vita in venti chili.” 

Partito da una cittadina ligure più di vent’anni fa, Antonio ha fatto il giro del mondo prima di decidersi a fare tappa fissa (per ora) a Barcellona. “Ogni volta che partivo per un nuovo paese, avevo solo venti chili di valigia per portare il mio mondo. Questa frase per me dice tutto.

Esplorando la questione delineata dal nostro intervistato, sono incappata in un progetto interessante: si tratta di un sito in via di costruzione, raccoglitore di storie expat. Nelle videointerviste riprese on the road soprattutto in Giappone, il ‘rimettersi in gioco’ con nuove esperienze - un fare, disfare, rifare bagagli concreti e culturali - è il filo conduttore che connette famiglia e lavoro, progetti e nuove possibilità che prima di partire non erano state ancora pensate. “Un’opportunità di crescita personale” soprattutto per i bambini, per far vivere ai propri figli un’avventura che è “apertura della mente assolutamente incomparabile, un regalo” che la bolognese Beatrice, ora abitante di Tokio, crede - spera - “si porteranno avanti come bagaglio per tutta la vita.” 
 
Il bagaglio dell’expat somiglia a quello del viaggiatore quando entrambi, lasciando il noto per il nuovo, diventano partecipi del viaggio della vita - “una vita in venti chili” - perché anche la vita stessa è viaggio e il bagaglio può diventare dono quando offre opportunità senza appesantire. “Semplicità è fare il viaggio di questa vita con solo il bagaglio necessario”, diceva Charles Dudley Warner, scrittore saggista americano (1829-1900). Il viaggio-vita e la vita in viaggio si incrociano nel percorso umano e letterario di un’altra voce nota, quella del “viaggiatore assoluto” con lo sguardo nomade sempre rivolto altrove eppure contemporaneamente alla ricerca del “posto dove appendere il cappello”. Bruce Chatwin non partiva mai senza la sua Leika e il quaderno per scrivere appunti; sguardo, carta, penna e bagaglio erano casa: “Senza oggetti” scriveva “si vive meglio.

La Treccani declina l’immagine di un bagaglio concreto configurato come quel “complesso delle cose personali (vestiario, oggetti d’uso, ecc.) che chi viaggia porta con sé in borse, valigie, bauli, anche se spedito separatamente.” Per esempio si suol dire: “portare molto, poco bagaglio”, e ancora “nei trasporti su ferrovia si distingue fra bagaglio presso, o non registrato, quello che il viaggiatore porta con sé, nello stesso scompartimento, e bagaglio appresso, o registrato o consegnato, quello che viaggia in pagamento nello stesso treno ma in altro vagone.” 
Bagaglio e armi, inoltre, a volte non sono elementi distanti, se consideriamo “ciò che viene trasportato al seguito di truppe in marcia o in guerra (oltre la dotazione personale, armi, zaino, tascapane, ecc.).” Con questo significato, il termine è usato specialmente nella locuzione “armi e bagagli: furono fatti prigionieri con armi e bagagli”, anche in senso figurato, ovvero “tutte le proprie robe, tutto ciò che uno si porta dietro: andarsene, sloggiare con armi e bagagli; abbiamo perso armi e bagagli.” 
Il bagaglio presso, a mano, o appresso non è soltanto ‘nostro’; non riguarda solamente la persona ma coinvolge - se lo osserviamo dal punto di vista culturale - la collettività tutta, ed è retroterra e patrimonio. Non solo oggetti, se si aprono scenari di corredo, dono e dote nel contesto di preparazione alla partenza, in contemplazione dello sfondo familiare e sociale.

Quanti bagagli ho fatto” confessa Emma F., “infiniti.”

Ogni volta che mi sposto” narra la scrittrice sarda che con il marito ha abitato diverse città estere e adesso ha casa a Copenhagen “e non solo per espatriare, porto con me mezzo armadio. Trascino per il mondo valigie pesantissime… e sono felice. Quello che metto in una valigia è ciò che mi occorre per prendermi cura di me, è quel che ritengo più bello della mia persona, perché il bagaglio è proprio qualcosa di personale. I miei bagagli sono colorati. Mi sono cari ma non indispensabili, perché se ne perdo uno… ne posso fare uno nuovo. A volte si associa fare bagaglio con  fuggire, ecco… per me bagaglio è andare a conquistare qualcosa, non fuggire da qualcosa. C’è la fatica di trascinare qualcosa di pesante, la fatica del fare e disfare e rifare ancora. Ma sto andando incontro a...

Per viaggiare, inoltre, il bagaglio - concreto e figurativo - lo si deve preparare.

Ho fatto tre o quattro traslochi anche in italia” ci dice Alma O., psicologa italiana che oggi lavora a Monaco “quindi il bagaglio fisico, avendo già fatto spostamenti e non essendo andata subito in Germania non è stato così traumatico” inoltre “studiare fuori è già stato per me un passaggio importante. Il Nord Italia alla fine non è così differente dalla Germania; certo, la lingua è diversa ma il mio distacco l’ho fatto prima, partendo dal centro Italia per andare al Nord. Anche noi siamo molto diversi, con modalità differenti nell’accogliere le persone che vengono da fuori e devo dire che in Veneto ho trovato le persone più chiuse.” Al Nord, ci dice Alma, era vista come quella ‘strana’ per via del suo accento: “tutte cose che ho rivissuto quando sono andata in Germania” conclude. Dunque, il bagaglio più difficile da disfare quando si arriva all’estero (e poi fare e rifare a ogni spostamento) è quello sociale ed educativo, è il discorso culturale, è un bagaglio interno che si incontra con i pesi altrui e che non rende sempre facile l’integrazione. Passo dopo passo, la giovane psicologa è riuscita a trovare la propria collocazione nel paese di accoglienza ma le resta sempre quel ‘non so che’ di amaro in bocca. Amaro come il caffè che può gustare solo a casa, preparandolo con la moka italiana, perché per i tedeschi il caffè non è abitudine. L’abitudine di Alma, invece, è l’aria di casa, ma c'è anche il nuovo mondo che si esprime nel darsi da fare e svolgere la professione per la quale ha studiato, per creare relazioni mantenendo uno stile ‘all’italiana’ - offrire cene agli amici, socializzare. La collega expat ci racconta un mondo e un modo di viversi e vivere che non dimentica le proprie radici perché le ha messe in valigia insieme ai cibi più buoni quando è partita per la Germania. Tornerebbe in Italia?

Se mi chiedessero: ma con queste condizioni lavorative, se queste condizioni fossero in Italia, torneresti? Subito. Mi mancano i miei amici italiani, mi manca l’empatia, la naturalezza del’interazione. Anche quando vado a comprare una cosa, mi manca l’essere riconosciuta come essere umano. In Italia non sei solo un cliente ma una persona. Qui non c’è questa apertura e ancora mi fa soffrire. Mancano sempre dei pezzi, anche se riesci a lavorare con le tue competenze, e tutto va bene. Io sono qui da quattro anni e nella mia città ci sono molti emigrati di seconda terza generazione e anche se loro si sentono in parte italiani ci sono molte cose che ci distanziano. Soprattutto, è la spontaneità delle relazioni che cambia. Funziona bene quando lavori nel contesto interculturale e stai con persone che non possono rientrare nel loro paese per condizioni più o meno gravi ma che hanno una forma culturale di interazione calda. Con i tedeschi è diverso: loro sono molto razonali, tutto è basato sulla programmazione. In generale sono persone rispettose ma io fatico a entrare in sintonia. Non c’è l’abitudine a considerare importante il piano relazionale.” 

Nel 2012 esce nelle sale “Itaker - Vietato agli italiani”. Si tratta di un film-racconto, è la narrazione di un viaggio dall'Italia alla Germania. Siamo nel 1962 e Pietro ha nove anni. Orfano di madre, parte alla ricerca del padre emigrato. Con il bambino c’è Benito, un sedicente amico del padre, individuo un po’ outsider che desidera riscattarsi. I due arrivano alla fabbrica di Bochum e incontrano la comunità degli italiani - gli itaker, "italianacci", uno dei tanti appellativi degli emigrati italiani nella Germania del dopoguerra e oltre. I due, nel periodo del ‘miracolo economico’, si scontrano con una realtà fatta di valigie ed espedienti, di identità in battaglia: italianacci espatriati e tedeschi. 

Di acqua sotto i ponti, dal tempo degli itaker, ne è passata, e molti sono i lavoratori italiani che dagli anni del ‘boom’ hanno scelto la Germania come meta per costruire la propria vita expat. Nel bagaglio, la speranza e la concretezza di un miglioramento professionale. “Se perdo un lavoro so” confessa Alma “che in poco tempo qui ne trovo un altro. Non rimango ferma. Davvero è diverso dall’Italia. Gli psicologi, inoltre, sono rispettatissimi. Vengono rispettati come i medici da noi.” Insomma, in ogni espatrio ci sono i pro e ci sono i contro, da piegare accuratamente prima di chiudere la valigia.                     

Ero abituata a viaggiare con un certo numero di cose che non doveva essere eccessivo. La parte meno traumatica. Dimentichi una cosa, un’altra volta porti tutto, poi in Germania puoi andare in macchina. Io non sono attaccata alle cose, ho anche perso un sacco di oggetti nei tragitti ma non mi interessa, è irrilevante. E quando torno in Italia torno con valigette piccole. Ma c’è una cosa per me importante… molto… ed è il fatto che quando ritorno in Germania nel bagaglio c’è… sempre il cibo italiano.

Fotografia in copertina: Martina Formaini | Nel testo: fotografia anni '40