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Matisse: bilinguismo e molteplicità dei linguaggi nella vita di un italo-francese.

13 Jun 2019 in

Matisse ha 30 anni. Madre italiana e padre francese, nasce e passa i primi anni della sua vita in un piccolo paese della campagna tra l’Umbria e la Toscana. Lì inizia a frequentare i primi anni della scuola. Si trasferisce in seguito nell’area metropolitana di Roma. A 8 anni perde il padre a causa di un incidente. Con la madre, decidono di trasferirsi a Parigi quando lui ha 11 anni.

Conosce il francese dalla nascita per via del padre che da subito comincia a conversare con lui in lingua, e per via dei nonni e dei parenti che spesso lo chiamano dalla Normandia e che ogni tanto va a trovare in aereo. Difficilmente, però, riesce a sostenere una conversazione in francese. La sua storia parla di un espatrio sui generis, poiché non è mai stato del tutto italiano e mai del tutto francese. Gli chiediamo allora quando ha cominciato a sentirsi per la prima volta uno straniero:

 

“In realtà è un sentimento che ho sempre avuto. Di non essere a casa mia… non sapevo mai dove situarmi esattamente. Da un certo punto di vista è stato anche piacevole avere questa doppia identità… non tutti ce l’hanno. Da quando ho iniziato a sentirmi così? Credo che c’entri molto la scuola. Le prime reazioni degli altri compagni sono sempre state quelle di andare a colpire questo aspetto. C’è sempre stato il fatto di sentirmi straniero, soprattutto di essere accusato di essere straniero, anche se in realtà fino a quel momento avevo sempre vissuto in Italia. E, in effetti, direi che questo essere straniero non era una cosa che sentivo io, me lo faceva sentire qualcun altro. Devo dire che a Parigi però mi sono sempre sentito protetto. Non ho percepito questo shock di sentirmi straniero. Frequentavo una scuola italiana e questo mi è servito. Da questo punto di vista ho avuto molti più problemi quando ero in Italia con le accuse di essere straniero.”

 

Se la toscana prima e Roma poi, sono stati i luoghi in cui Matisse muove i primi passi, Parigi è sicuramente la città in cui spiega le ali. Dopo aver passato un paio d’anni tra Toscana e Veneto nel tentativo di portare a termine il liceo artistico all’interno di convitti e case dello studente, decide di tornare a Parigi e comincia a cercarsi un lavoro e un posto per sé dove abitare. Comincia insomma ad arrangiarsi da solo: lavora in uno dei negozi di una grande multinazionale dell’abbigliamento, abita con altri ragazzi che lavorano nello stesso settore. Nonostante Parigi sia una città molto cara riesce in qualche modo a cavarsela. Raggiunge quella che lui stesso definisce una routine da uomo adulto; tuttavia, questo non sembra bastargli o forse c’è qualcosa che manca. In un breve soggiorno a Padova in cui va a trovare dei parenti conosce una ragazza, si trova bene con lei e si innamora. Decide di restare.

 

“Mi sono trovato veramente smarrito. Vivevo in un mondo di universitari ma io ero un lavoratore. Non era però così facile trovare una occupazione, eppure io la trovai subito. Lavoravo in un bar ma il mio ruolo era diverso dalla dimensione lavorativa di Parigi. A Padova era un po’ tutto una festa… una vita da universitario ma senza mai esserlo.”

 

In qualche modo Matisse sa che non sta avendo tutto quello che vuole. Comincia a pensare che magari il fatto di conoscere il francese potrebbe essere d’aiuto per cercare qualcosa di più stimolante. Ma non è così. Le offerte che riceve non sono poi così entusiasmanti e forse lui stesso non si sente pronto per un lavoro d’ufficio vero e proprio. Avverte che il francese non è poi così importante come l’inglese quando si parla di lavoro e lui d’inglese non ne capisce molto. In adolescenza gli è stata diagnosticata una forma lieve di dislessia che in qualche modo è riuscito a compensare ricorrendo a delle strategie personali di riparazione durante la carriera scolastica. I molti maestri e professori infatti non se ne sono mai accorti. Forse anche per questo motivo non se l’è mai sentita di cominciare un percorso di potenziamento della lingua inglese soprattutto dopo aver ricevuto questa diagnosi.

Poco importa per l’inglese: in meno di un anno e mezzo la sua storia finisce. Decide che è meglio tornare a Parigi, quella immensa e caotica metropoli che comincia ormai ad essergli familiare, che sa chiamare per nome e che senza accorgersene comincia proprio a profumare di casa.

È il 2011. Parigi è una città fervente, modaiola e particolarmente avvezza alla vita notturna. Non che oggi non lo sia, ma gli avvenimenti di questi ultimi cinque anni hanno smorzato almeno in parte la tendenza eccentrica e volutamente leggera dei bobò che popolano la cité dopo mezzanotte. Matisse cerca quindi, sin da subito di farsi una compagnia di amici con cui uscire, stare insieme, ricominciare.

 

“Il lavoro è venuto da solo. Uscivo con dei ragazzi che organizzavano serate nei locali notturni del centro di Parigi, e ho cominciato a lavorare con loro. Erano delle serate di musica. È stato un po’ come un gioco, ma un gioco che poco a poco è diventato un lavoro e che in seguito mi ha permesso di vivere e di restare a Parigi… mi sono creato un gruppo di amici della notte e sono rimasto un po’ in quell’ambito là.”

 

Inizia come barman in un locale in riva alla Senna. Ci sa fare e tutti se ne accorgono. Offre drink nei momenti giusti, gestisce molto bene le situazioni critiche e si fa piacere dai ragazzi e dalle ragazze che frequentano il locale. Ci mette poco a diventare responsabile del bar, prova a metterci anche del suo organizzando serate a tema Italia che delle volte funzionano bene mentre altre volte meno. Nicolàs, il gestore, lo nota e nota anche il fatto che impara molto e molto facilmente dai suoi errori: questo gli piace. Diventano molto amici e in poco tempo Matisse diventa uno di casa.

Nel ruolo di responsabile riesce a sperimentare idee e progetti che ha in testa da tempo. Non tutto funziona sempre al meglio. I tentativi di integrare le sue conoscenze e i suoi modi di fare con la dinamica lavorativa parigina però gli permettono di cogliere più in profondità l’identità di questo paese, in qualche modo gli consentono di adattarsi meglio alla cultura francese, cogliendo meglio le sfumature, comprendendo i metodi di lavoro, quello che piace e quello che non piace, ciò che può essere fatto e ciò che non deve assolutamente essere fatto.

 

“È stato difficile… quando sei abituato a riflettere in un certo modo, cambiare prospettiva non è così semplice. I sentimenti, i ricordi dell’infanzia, non sono gli stessi. Io potrei parlare con un italiano e ricordare sensazioni che con i francesi posso non ritrovare. Questa è stata la cosa più difficile in assoluto anche se sono in qualche modo un bilingue. Raggiungere la capacità di cogliere alcune sfumature… Anche se è una qualità che ho sempre avuto per il fatto che mio padre mi parlasse fin da quando ero molto piccolo. C’era già in me qualcosa di francese, ma credo di averci lavorato. Mi sono impegnato nel voler riflettere e capirli veramente. Col tempo sono diventato più parigino di altre persone; è quasi stato un lavoro il volersi integrare in questo mondo. Riuscire soprattutto a capire quello che le persone di fronte a te volevano, capire quando le cose andavano bene o male. Sono sentimenti che non saprei ben spiegare. Dietro ad una semplice abitudine quotidiana, il modo in cui ci si sveglia, il modo in cui si va a lavorare... c’è un mondo. Sono modi completamente diversi… è stato quello il gran lavoro diciamo. Cogliere la moltitudine dei linguaggi. Avere un’attitudine alla vita più tipicamente francese per adattarsi agli stili di vita e agli stili di lavoro.”

 

In questo periodo si allontana progressivamente dai suoi amici italiani, comincia a frequentare quasi esclusivamente persone francesi. Tutto ciò avviene per lui in maniere quasi naturale.

Matisse

“Tendenzialmente mi sono dovuto costruire un personaggio e cercare di rappresentarlo bene. Dopo un po’ sono diventato questo personaggio, positivo o negativo che sia è andata così... Ad un certo punto è stato quasi più difficile tenere il personaggio italiano che quello francese. Mi è venuto tutto molto automatico. Non che non avessi già in me un personaggio francese, ma sicuramente ho dovuto lavorare molto per costruirlo, farlo crescere, affinargli la vista... è stato anche un modo di riconnettermi con le mie origini.”

 

Questi sono gli anni in cui Matisse si riavvicina all’arte. Il padre della sua nuova ragazza lavorando nel mondo dell’arte, tenta di offrirgli nuovi stimoli, gli apre le porte negli ambienti in cui lavora, lo invita a mostre ed esposizioni. Tutto ciò trasmette a Matisse l’idea di potercela fare nonostante il percorso artistico sia una cosa che ritiene terminata con il mancato percorso formativo ai tempi delle superiori. Grazie a questi stimoli si avvicina all’arte contemporanea, identifica bene i suoi primi obiettivi e si orienta verso quelli che sono i suoi interessi prioritari. Parigi è una città con molte più possibilità da questo punto di vista.

 

“Ho imparato a conoscere l’ambiente dell’arte parigino e stando con questa ragazza che era molto vicina a questo mondo, ho avuto accesso ad un’ampia rete di relazioni… vivevo in un ambiente totalmente immerso nella questione artistica. Mi faceva venire voglia di dipingere e di stare in quel settore. Di immergermi totalmente. È stato il momento in cui ho potuto credere che tutto questo fosse possibile. In Italia ho sempre sentito che era più un’idea… Qui a Parigi l’ho sentita realizzabile.”

 

Comincia a dipingere, studiare, vedere mostre. Nel frattempo gli vengono offerti piccoli ruoli nella costruzione di scenografie per la pubblicità e il cinema, e in questo modo riesce a staccarsi un po’ dal lavoro nei locali notturni ed avvicinarsi di più a questo settore. Il lavoro nella scenografia per il cinema gli dà la possibilità di sperimentare tecniche e materiali nuovi stimolandolo molto e permettendogli anche un salto di qualità nella realizzazione delle sue opere personali. Le commissioni per le scenografie diventano sempre più numerose, occupando molto spazio lavorativo e molto tempo. Matisse si accorge che è passato più di un mese dall’ultima volta che è riuscito a scendere in studio per dipingere. Decide che così non può andare. A malincuore sceglie di abbandonare i lavori per le scenografie e ricomincia a lavorare nei locali la sera in modo da poter dipingere durante il giorno. La vita notturna e il lavoro nei locali contraddistinguono gli ultimi dieci anni della sua vita; Matisse comincia a ricoprire ruoli con responsabilità crescente fino a diventare direttore di un locale del centro; gli orari diventano leggermente più compatibili con il suo desiderio di dipingere e questo lo porta a pensare alla sua prima esposizione nel 2013:

 

“Nella pittura quello che è stato più bello e anche il più difficile è stato riuscire ad esporre. Ha avuto l’opportunità di mostrare le mie opere, cosa che non ritenevo affatto semplice. In Italia l’ho sempre visto come impossibile. La prima esposizione non era molto riflettuta, era molto istintiva e volevo soprattutto sbloccare la paura di mostrare le mie opere. Ho avuto le spinte giuste per poterlo fare e l’ho fatto. E quello mi ha liberato molto, ha sciolto la tensione e l’ansia di dover mostrare il mio lavoro. Non mi spaventava più.”

 

In questo percorso Matisse attribuisce grande importanza alle persone che gli sono state vicine, in particolar modo alle sue partner del presente e del passato. I momenti di confronto con loro sono quelli che gli hanno permesso di sciogliere dei nodi che difficilmente sarebbe riuscito a sbrogliare da solo. Questi ultimi dieci anni rappresentano un periodo caratterizzato da una grande voglia di crescita, di prendere decisioni in autonomia ma allo stesso tempo con responsabilità e i suoi momenti di confronto e scontro con le persone a lui vicine hanno rappresentato degli acceleratori dal suo punto di vista. Prova una profonda e discreta gratitudine che non si rende mai palese nella nostra chiacchierata ma si avverte nitidamente come un ringraziamento sommesso, una sorta di sfondo che si percepisce solo avendo una visione d’insieme.

Gli chiediamo se c’è una sensazione o un desiderio che possa descrivere questo lavoro di sdoppiamento e ricucitura di costruzione e decostruzione di un’identità nata già doppia ma forse non del tutto sviluppata:

 

“Nelle relazioni. Quando ho cominciato a sentirmi parte di un nucleo di amici francesi, la sensazione di essere integrato tra queste persone. Non tanto il fatto di esserlo diventato ma quanto quello di sentire di farlo. Ti senti francese quando senti che sei accettato…. Integrato come parte di loro da veri parigini, quando cominci ad aver delle proposte di lavoro che pensavi che non avresti mai avuto, di riconoscere questa città che ti appartiene, che avresti voglia di mangiartela. L’impressione che la vuoi quella città, che vuoi vivere in quella via, che vuoi quella casa, che vuoi attraversare quel percorso in bicicletta, ti senti veramente che… che quella sta diventando casa tua, con le abitudini di tutti i giorni, di vita quotidiana. Quando la vita quotidiana diventa una cosa in cui ci metti del tuo è il momento in cui inizia una progressione.”

 

L’ultimo scambio alla fine dell’intervista è una domanda non prevista ma che alla luce di quanto esplorato della storia di Matisse suscitava la curiosità di chi lo intervistava.

 

- “Che forma ha la tua casa? (immaginaria, ndr)”

- “Una casa grande. No, non grande, abbastanza grande. Vecchia… un po’ decadente, all’italiana, con le pietre a vivo. Pavimenti in pietra e persiane chiuse. Forse in una città italiana, forse. Non troppo distante dal mare. Ma ripeto, con un aspetto molto decadente.”

- “Sì ma ce l’avrebbe il bidet?”

-  “Sì, sì. Avrebbe il bidet.”