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Quando non si Emigra. Che cosa significa Expat?

04 Jun 2020 in

Lettera dopo lettera, mi avvicino a parole nuove, seguo l’alfabeto e incontro la E che mi porta al tema chiave di Transiti.net. E di Espatrio. E di Expat.

Espatrio è il passaggio oltre il Confine, è il tragitto dalla Madre Patria al paese estero, è un viaggio mirato, un andare via verso una meta definita, un andare da ‘qui’ ad ‘altrove’, fino al ‘dove’ definibile, il luogo da abitare stabilmente o temporaneamente.

Ho conversato sul tema di questo mese con la Dottoressa Elena Perotto, Psicoterapeuta di Transiti.net, per osservare, analizzare, e comprendere quali associazioni si possano tracciare a partire dall’esperienza dei colloqui di Psicoterapia online con persone expat. 

Che cosa significa essere espatriato? Quali sono le parole chiave evocate in lei dal termine expat’?

“Mi vengono in mente soprattutto alcuni spunti: Patria, Confini, Exit, Precarietà” suggerisce Perotto. “Exit: vado fuori, esco dalla mia Patria. Questa è la tematica che viene portata spesso e che connette i soggetti espatriati. Quali sono i miei confini e cosa posso portare con me quando viaggio tra il dentro e il fuori?”

La parola ‘Confini’ è stata il mio argomento caldo per l’articolo che nel Dizionario ha raccontato la lettera C. Dentro e fuori, al di qua e al di là del limite - individuale o condiviso. Attraversare il Confine è un'azione che non finisce con l'arrivo alla meta, è argomento potente anche per chi in Italia ci viene ad abitare e lo fa con un incarico internazionale, oppure nel ruolo di studente, o per altre motivazioni del tutto non professionali. Il Confine è presente, in gradazioni, modi e colori diversi, nella mente di chi varca la soglia del noto, dell'origine, della Madre-Patria. Nei gruppi con persone che sono giunte nella nostra penisola da altri paesi, so per esperienza (grazie a laboratori e attività con stranieri) che questa ‘soglia’ emerge e si snoda in modi anche impensabili, attraverso parole ed espressione corporea, artistica, immaginale. La Madre Patria come punto di partenza e immaginale nostalgia si apre a un'identità più ‘terrestre’ (Edgar Morin) solo con il tempo e con la cura cosciente. 

Ma che differenza c'è tra emigrato ed expat? 

“A questo proposito”, racconta ancora Elena Perotto, “il concetto di precarietà si riallaccia all’espatrio, perché expat vuol dire persona residente in un paese straniero. È un concetto, preso in se stesso, diverso da emigrato/immigrato, che sono due termini collettivamente associati all’aspetto ‘povero’ dell’andare via verso un paese lontano. Expat definisce in inglese colui che va a lavorare all'estero, inviato magari dall’azienda, perché segue un percorso professionale o di studi proprio o del coniuge, o, se si tratta di bambini, dei genitori.

Ho esplorato le varie forme della parola, gli usi e i contesti. La semiologa expat Francesca Romagnoli nel suo Blog “La deriva dei continenti” indica l’emergere del termine dal gergo professionale anglosassone, dopo che lo stesso si è trasformato, indicando all'origine - expatriate - il residente in un paese straniero perché esiliato o bandito dal proprio paese, e sottolinea la diffusione generalizzata dello stesso a definire non solo il lavoratore che l’azienda ha trasferito (relocated) in un paese straniero ma tutti coloro che si spostano con qualche attività in programma. Per quanto riguarda il professionista, la differenza in termini di contratto è enorme: l’essere assunto sotto expat terms oppure local terms si misura in prestigio e denaro. Se l’azienda manda all’estero un dipendente con un contratto da expat, questo guadagnerà molto più di quello che guadagnava nel paese in cui era assunto come locale, proprio per indennizzare la non necessaria volontà di scelta.
Expat. Foreign Professional. Allochtoon. E così via. I concetti differiscono ulteriormente, se nel secondo ravvisiamo l'avventura del cercar fortuna come laureato all'estero e con il terzo indichiamo qualcuno che ha almeno un genitore straniero e che significa letteralmente ‘emergere da un altro suolo’. Spesso la parola expat viene spesso utilizzata come contenitore di sottocategorie del caso.

Riprendo il filo con Elena Perotto: “Precarietà è libertà”, suggerisce lei, sottolineando la differenza tra una precarietà che fa paura, per esempio quella che coinvolge i lavoratori in Italia, e che permea il discorso di un'ombra inquietante mentre fuori dall'Italia non rimanda affatto all’incertezza, e l'idea di un cambiamento intrigante, positivo, creativo. All'estero questa ‘precarietà’ dà idea di cambiamento di stato, richiama il concetto del viaggio.

[La precarietà come libertà diventa un problema nell'emergenza sanitaria Covid, perché molte persone hanno dovuto ovviamente rivedere i programmi e nella questione si è instaurato un elemento nuovo, una visione traballante, meno affascinante della precarietà anche per gli expat? Transiti.net ha acceso un lume con la proposta “Io sto con te”. Date un'occhiata al sito - ndr]

“Con l’immigrato”, racconta la Psicoterapeuta, “a volte l’expat condivide il non essere entrato del tutto nel nostro paese. Spesso resta nelle persone il desiderio di definirsi ‘non radicati’ nel paese di accoglienza”.
E ancora, Perotto sottolinea sue altre parole. Desiderio. Identità. 
Il desiderio narrato parla di continuare altrove ciò che è nato in Italia, quel che si è abbozzato in famiglia, a scuola, nel contesto della socializzazione primaria e secondaria. Che sia un desiderio trasmesso dall'ambiente familiare o del tutto autonomo nella persona che espatria, c'è il richiamo a una realizzazione di studio e carriera altrove, a distanza rispetto alle origini. Per coloro che rimangono in Italia, i figli, i parenti e amici professionisti che operano fuori nazione vengono associati a elementi di prestigio che non sempre corrispondono al senso di inadeguatezza che magari invece vive invece un soggetto expat. L'identità expat oscilla tra italiano e straniero, ma per chi studia o lavora per esempio in ambito universitario all’estero si è sì stranieri ma… tra stranieri. Così si è simili, vicini perché si condivide una appartenenza al transito. Inoltre, all'estero viene messo maggiormente in luce il concetto di ‘merito’. Sì va avanti per merito per quel che realmente si fa. Ci si mette in gioco con quel che si è. 

Sto curando, per il Dizionario, contatti continuativi con donne e uomini che sono espatriati e che hanno accettato di partecipare a questa rubrica seguendo le tematiche che propongo e/o suggerendole, modulandole, dando spunti. Queste persone mi accompagnano di lettera in lettera. Elisa B. mi racconta che, dall'ultima volta che ci siamo sentite (quindici giorni fa), prova molta stanchezza e tanta voglia di tornare in Patria: “Tra poco arrivo” dice “perché in Europa ci si potrà muovere senza quarantena, ma io per rispetto ai miei genitori chiusi in casa tre mesi desidero arrivare ben sicura di non portare il virus”. La voglia di ‘casa’ è forte: “il lockdown è entrato dentro di me” dice Elisa, “Per lavorare da casa posso farlo anche lì… in estate tutto è più buono in Italia!” - e al rapporto di molti expat con il cibo della Madre Patria abbiamo già accennato in altri articoli. “Da brava expat passavo la vita programmando bimestralmente tutti i miei fine settimana” racconta. “Sono sempre stata zingara, cittadina del mondo”. Con il Covid, la visione è un po' cambiata (ma non troppo, se si pensa alla casa dell'origine).

Serena P. quest'anno festeggia otto anni a Parigi. Nel suo caso, l’espatrio non è stato un progetto per il quale si era messa a tavolino o con il quale aveva fatto bene i conti: piuttosto, è arrivato quasi come un regalo, perché lei aveva scelto una meta temporanea ma il soggiorno si è trasformato in altro, e tutto è accaduto in modo rocambolesco! 
Serena era andata a Parigi per restarci solo tre mesi, e invece... L’idea iniziale di questa giovane professionista era tornare in Italia per frequentare l'università. Giunta nella Ville Lumière, si è incuriosita: “E se studiassi qui?” - è così, una cosa tira l'altra, ha provato a iscriversi all’università. In due mesi si è preparata, la lingua francese non è stata un problema, e la giovane ha raggiunto il livello C1; quando ha saputo di aver superato l’esame era settembre. Da studentessa di lingue, Serena è diventata universitaria parigina.
“Lasciare che la vita faccia il suo corso”, è questa la sfida esistenziale che suggerisce: “per me alcune cose vanno pianificate ma per altre bisogna lasciarsi la libertà di non pianificare, permettendo che le cose si facciano, esistano, arrivino.”

Libertà 
Precarietà 
Curiosità 

C’è molta vivacità nei discorsi degli expat. Dice ancora Serena: “Per me… è lasciare che sia. Mai avevo pensato di lavorare a Parigi. Non ho avuto il tempo della progettazione come molti altri, quelli che giungono qui per lavoro o per seguire la persona amata e realizzarsi ecc. Io ho fatto tutto in un altro modo e mi sento quasi con la ‘sindrome dell’impostora’ nel senso che vedo progettazione negli altri mentre io non ce l’ho. Devo dire che sono contenta, ma la scelta a un certo punto l’ho dovuta fare. Sono cambiata tanto, ma se tornassi indietro o se dovessi ripartire, rifarei il viaggio nello stesso modo disorganizzato che ho sperimentato all'inizio. Mi piace così, senza anticipazione.” 

La creatività dell’improvvisazione a volte è scelta feconda.

Maria Teresa D., naturopata e scrittrice, è andata a vivere in America. “Perché sono espatriata e come vedo l’Italia dagli USA? Sin da bambina sono stata affascinata da terre lontane, lingue straniere e culture diverse. Verso la fine del 1994 mi si presentò l’occasione di trasferirmi negli USA per ragioni di lavoro. Ne fui felice, accettai subito l'offerta. Da oltre 25 anni il Texas è diventato la mia casa.”
L’espatrio di Maria Teresa si è trasformato dunque in un abitare stanziale ma lei non ha affatto dimenticato le proprie radici. “Pur avendola abbracciata ed essendomi integrata a questa società e cultura per molti aspetti diversa dalla mia, ho tesoreggiato le mie radici italiane che considero una enorme ricchezza da custodire, preservare e di cui andare assolutamente fiera. Quando parlo di radici e cultura, mi riferisco non solo a tutto quel patrimonio culturale che ho ereditato a livello di tradizioni familiari, ma anche alla mia ‘italianità’ in quanto tale, ossia a quella forza, quella passionalità e quella carica vitale che mi fanno identificare (anche dagli altri) con l’Italia come Paese nel senso più autentico del termine.”
Maria Teresa ha scritto, infatti un libro che tratta tematiche transgenerazionali, recuperando con cura le radici e i rami del proprio albero genealogico.
In America, trovare una casa dalla quale osservare le proprie origini: qui e altrove, essere italiani all'estero.

Note:

https://francescaromagnoli.wordpress.com/2013/01/21/cosa-non-e-un-expat/
https://www.rivistastudio.com/perche-expat-perche-immigrato/ 

 

(Fotografie e testo di VBM)