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Verso il Primo Maggio: Il Significato Sociale, Psicologico e Culturale del Lavoro nell’Esperienza d’Espatrio

29 Apr 2019 in

Il Primo Maggio in molti paesi si celebra la Giornata Internazionale dei Lavoratori. Ufficializzata dai delegati della Seconda Internazionale di Parigi nel 1889, venne ratificata in Italia nel 1891. Istituita per celebrare l’ottenimento della giornata lavorativa di otto ore negli Stati Uniti, ben presto ottenne adesioni anche in molti altri paesi di tutti i continenti e venne riconosciuta come una giornata dedicata a tutte le lotte per l’ottenimento dei diritti sul lavoro. Ad oggi sono 89 le nazioni che riconoscono tale data e che comprendono al loro interno più di 5 miliardi di individui.

All’interno del contesto in cui Transiti opera, il lavoro rappresenta una delle motivazioni principali dell’espatrio e per questo, vorremmo dedicare alcune righe a uno dei temi fondamentali su cui si basa questo fenomeno.

A partire dalla sua unificazione, la realtà italiana ha visto susseguirsi numerosi flussi migratori verso l’estero per motivi lavorativi. Già negli anni successivi al 1861, il calo dei prezzi agricoli e la mancanza di occupazione al di furi di questo settore incentivano il processo di emigrazione già esistente nel momento in cui nei paesi europei ed americani crescono la domanda di lavoro e il divario salariale rispetto all’Italia.

Nel secondo Ottocento la forza-lavoro eccedente della pianura padana emigra in Francia, Belgio, Svizzera e Germania. Dal Triveneto i contadini partono invece per l’America Latina, dove cercano terra e da dove non desiderano rientrare. Dal Meridione invece tendono a salpare verso il Nord America i piccoli proprietari terrieri estromessi dal mercato o gravati dalle tasse, il cui desiderio di ritorno porta le piccole comunità rurali ad organizzare quotizzazioni, collette e compartecipazioni per mandare in avanscoperta qualche giovane al fine di sondare le possibilità di lavoro per la comunità allargata.

All’inizio del Novecento si assiste ad un ulteriore aumento delle partenze, ma la Prima Guerra Mondiale impone uno stop parziale e provoca l’affrettato rientro di molti, sia per motivi di leva che per paura di rappresaglie. La chiusura dello sbocco migratorio nelle Americhe, unitamente alla grande crisi del ’29 rallentano ulteriormente il fenomeno e lo incanalano verso altre destinazioni. Il ventennio fascista, falliti i tentativi di emigrazione coloniale e il fuoriuscitismo politico dei numerosi dissidenti, è caratterizzato dalla tendenza a trasferirsi in Francia per chi parte dal Nord, o nelle regioni centro-settentrionali per chi parte dal Sud.

La tendenza sempre più accentuata ad inurbarsi segna in questo caso la rottura completa con la tradizione migratoria italiana dell’Ottocento. Sono soltanto le trasformazioni economiche e sociali del primo dopoguerra e le persecuzioni politiche che in questo periodo sollecitano l’emigrazione politica di braccianti e operai portando a una fuga massiccia i migranti che cercano lavoro e un ambiente più sicuro per sé e per la propria famiglia.

Gli anni del fascismo sono caratterizzati da una continua fuga dal Sud e dalla ricerca d’impiego in una fabbrica in una qualche città industriale. Questa tipologia di emigrazione porta all’abbandono definitivo del paese natale e richiede aggiustamenti economici e psicologici diversi da quelli dei periodi precedenti maggiormente caratterizzate da partenze temporanee.

In questo periodo si strutturano nuove forme sociali e antropologiche di mediazione del fenomeno migratorio che permettono di modulare almeno in parte l’impatto psicologico ed economico dello sradicamento definitivo. Il pendolarismo frontaliero ad esempio, comincia a diventare un fenomeno di massa. L’emigrazione meridionale tende a stabilirsi lungo la frontiera che corre per l’intero arco alpino: operai specializzati, personale alberghiero ed altre figure appartenenti al primo settore vengono assunte in Francia, Svizzera ed Austria; tuttavia proseguono ad abitare in Italia, dall’altro lato del confine, per modulare almeno in parte la diversità del contesto e per continuare a parlare la propria lingua. Allo stesso modo molti espatriati affidano temporaneamente ai “propri vecchi” o alle sorelle nubili gli appezzamenti familiari che sono costretti ad abbandonare per trasferirsi, evitando così di venderli, mantenendo in un certo modo una relazione di continuità con la terra d’origine nella speranza di potervici tornare in un futuro.

Negli anni del secondo dopoguerra i flussi verso l’Europa e verso l’Italia settentrionale sono tumultuosi e spesso si succedono in un arco di tempo assai breve, stimolati dalla difficile situazione interna e dalla domanda estera. Il movimento verso Francia e Belgio decresce rapidamente mentre l’emigrazione verso Germania e Svizzera s’impenna acquisendo caratteristiche tipicamente stagionali. Il boom economico incentiva la migrazione interna verso i grandi poli industriali del Settentrione rafforzando il tradizionale movimento dalla campagna verso la città continuato fino al decennio scorso.

A partire dagli anni Settanta decrescono le migrazioni interne ed estere: persino il movimento transfrontaliero si contrae progressivamente e negli anni Ottanta è ormai dimezzato. Negli anni Novanta ripartono alcuni flussi verso l’Europa occidentale e gli Stati Uniti, spesso irrobustiti da nuove forme di emigrazione clandestina. Molti giovani escono dall’Italia dichiarando di muoversi per ragioni turistiche o scolastiche per poi trovare lavoro in nero. I luoghi di destinazione sono le grandi città europee e non solo, in cui rimane tutt’oggi piuttosto facile trovare un lavoro che non richieda regolarizzazione. Si chiude così un ciclo, ma non il fenomeno migratorio.

Nei primi decenni del novo millennio si arresta infatti l’emigrazione di massa, ma riprende quella di mestiere, si trasforma in emigrazione cantieristica e di alta e altissima specializzazione; inoltre si accentua la partenza di élite e prende quota la cosiddetta fuga dei cervelli. La contrazione dei grandi movimenti riporta così in auge aspetti antichi della mobilità italiana a lungo raggio, centrata sulla spesa delle proprie risorse personali e destinata ad una fetta elitaria del mercato del lavoro. L’occupazione nel terziario e nel mondo dei servizi raccoglie ad ogni modo, la maggior parte degli expat a partire dai primi anni del Duemila fino ad oggi.2

Con questi dati si è voluto mostrare come l’aspetto lavorativo risulta essere da sempre un potente aspetto motivazionale per la scelta della propria traiettoria migratoria dei cittadini italiani all’estero; negli anni questo fenomeno ha avuto sulla nostra cultura delle ricadute importanti, visibili ad oggi, sotto gli occhi di tutti. Esiste un altro aspetto in cui il lavoro, inteso come attività continuativa e fortemente caratterizzante l’esperienza di ognuno, gioca un ruolo importante nella strutturazione dei significati dell’esperienza. Il piano psicologico e individuale dell’espatrio sembra infatti essere fortemente influenzato dai significati che l’esperienza lavorativa assume, proiettandoli nella dimensione più ampia dell’espatrio come condizione esistenziale.

Come evidenziato dalla ricerca condotta da Di Griolamo et al.2, il lato occupazionale risulta essere una dimensione fortemente influenzante le scelte di vita degli expat. Seppur trattandosi di uno studio esplorativo sono emerse interessanti coincidenze tra il modo in cui una persona vede la propria vita lavorativa e i vissuti che la stessa esprime riguardo alla propria esperienza d’espatrio tout court.

Sembra infatti che le persone che hanno scelto di partire inseguendo un proprio progetto di vita, in cui l’aspetto lavorativo è sì una componente fondamentale ma non l’unica né la principale, le maggiori cause di sofferenza sperimentate siano rappresentate dalla mancanza dei familiari e degli amici e, in maniera minore, da un senso di solitudine esperito in determinati momenti del proprio percorso d’espatrio.

Nel gruppo di chi è migrato per una proposta di lavoro fatta da entità terze, le quali hanno determinato unilateralmente modalità, tempi e luoghi dell’espatrio, i risultati della ricerca mostrano l’esperienza di uno stato di malessere generalizzato a cui difficilmente gli intervistati riescono a dare un nome e una forma precisi. Questa difficoltà viene accompagnata da un sentimento d’insoddisfazione verso le relazioni sociali instaurate e da un difficile apprendimento della lingua del paese ospitante decisamente maggiore rispetto al grado di difficoltà linguistica dichiarato da chi sceglie con un maggiore grado di autonomia la propria traiettoria migratoria.

Il lavoro risulta essere un catalizzatore d’esperienza particolarmente intenso nell’esistenza di chi migra. Le persone che si sono offerte di raccontarci parte della loro vita hanno sempre riposto nel tema del lavoro un accento particolarmente forte, connotandolo come una componente centrale della propria vita in espatrio e molto spesso come la più importante, sia in termini negativi che positivi. Questo campo rappresenta da sempre un territorio denso di significati, legati sia alla percezione di autoefficacia e di autostima, sia alla realizzazione di sé come persona con un’identità sociale. Può infatti rappresentare un aspetto di grande soddisfazione, come d’altronde di grande difficoltà per gli expat giocando un ruolo chiave nella definizione di Sé. È un aspetto che si lega all’esperienza psicologica in modo complesso e poliedrico, frutto dell’interazioni tra vissuti personali e familiari, tra significati culturali del territorio d’origine e del contesto d’arrivo e come tale assume esso stesso un significato fortemente personale e sempre diverso. È difficile determinare con precisione dei modelli specifici che descrivano l’interazione tra lavoro ed espatrio; rimane tuttavia fondamentale prendere coscienza di quanto questi due temi si intersecano e si influenzano a vicenda nella costruzione di significato della propria esperienza migratoria.

 

 

 NOTE

1. Relazione presentata al convegno: Pensare e ripensare le migrazioni: schemi concettuali e ipotesi interpretative (Università di Napoli “Federico II”, 6-7 Dicembre 2007)

2. Transiti ha trattato più approfonditamente i dati di questa ricerca nell'articolo "Psicoterapia Online per Expat: Uno Studio Esplorativo, consultabile al seguente link: http://www.transiti.net/blog/psicoterapia-online-expat-uno-studio-esplorativo-prima-parte