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Vivere a Shanghai: la storia di Lorenzo - Intervista

02 Apr 2020 in
di Bianca Casella

 

 

Lorenzo, imprenditore di 42 anni, vive da ormai 15 anni in Cina. Attualmente lavora e abita, insieme alla famiglia, a Shanghai. Abbiamo deciso di intervistarlo per tentare di comprendere quali opportunità e quali difficoltà può trovarsi di fronte un cittadino italiano che decida di trasferirsi in un Paese così culturalmente diverso dall’Italia.

 

Come sei approdato alla Cina, come tuo ultimo (per ora) Paese di espatrio?

Ho avuto diverse esperienze all’estero e, poco prima di scegliere la Cina, ho anche avuto una proposta di lavoro per gli Stati Uniti. Alla fine ho valutato che la Cina per un giovane imprenditore offrisse più opportunità, e in effetti così è stato.

Di che cosa ti occupi?

Mi occupo di Design in una nicchia industriale in cui siamo pochissimi nel mondo a lavorare. Quando sono arrivato a Shanghai non avevo nulla ma, piano piano, sono riuscito a mettere su un’azienda e a farmi strada nel settore. Ora riesco a guadagnare molto. Diciamo che in Cina se lavori bene e rispetti le loro regole, puoi anche fare molta strada.

Come è stato il primo impatto con la Cina, appena ti sei trasferito?

Direi che l’accoglienza è stata positiva, l’Italia è vista come il “Belpaese”, stimano la nostra cultura e il nostro senso artistico. Allo stesso tempo però, a mio avviso, i cinesi cambiano facilmente opinione a seconda delle dichiarazioni che all’estero vengono fatte del loro Paese. Se ad esempio un politico italiano critica la Cina o la popolazione cinese, ecco che la loro opinione sugli italiani tende ad essere più negativa. Generalizzano. Inoltre, essendo la Cina un Paese economicamente in forte crescita, i cinesi sentono un forte attaccamento alla Patria e in questo momento avvertono un profondo desiderio di riscatto sociale che a volte li porta ad idealizzare il loro Paese e la loro cultura, svalutando il resto.  

Come ti trovi a lavorare con le persone cinesi?

Diciamo che per la natura della mia professione mi capita di avere clienti cinesi, più che colleghi. Sono gentili e si comportano in maniera molto amichevole, però non sempre li trovo leali come spesso affermano di essere.

Com’è la vita sociale per un italiano a Shanghai?

Prima di sposarmi mi capitava di uscire la sera, andare a cena fuori o nei locali con amici italiani. Amici cinesi non ne ho, non è facile per uno straniero stringere un vero rapporto di amicizia con loro. Ora che ho famiglia passo il mio tempo libero con loro.

Considerando il tuo background occidentale, hai la percezione di essere libero in Cina?

In Cina riesci ad avere molte libertà tra i confini delle regole che vengono imposte dal Governo. Sul lavoro non ci sono molti vincoli, sono libero di lavorare quando e come voglio, anche la domenica. Puoi girare liberamente ovunque anche perché ci sono telecamere in moltissimi luoghi, questo fa sentire molto sicuri, soprattutto se si hanno dei figli. I telefoni e Internet sono ipercontrollati, quindi non è possibile discutere liberamente di politica ed esprimere giudizi negativi sui governanti, o criticare le leggi del Paese. Qui in Cina è diffuso il sistema del Credito Sociale, un’iniziativa creata dal Governo con l’obiettivo di classificare la reputazione dei propri cittadini (cinesi o stranieri). Ad ogni cittadino è assegnato un punteggio sulla base delle informazioni possedute dal Governo riguardanti il suo “comportamento sociale”. Se ad esempio un cittadino fa dei commenti negativi sui Social Network su un politico cinese, gli viene abbassato il credito sociale e se il suo punteggio scende oltre una certa soglia vengono imposti dei divieti, come il divieto di volo o di accendere un mutuo. 

Secondo te quali sono le maggiori diversità culturali tra cinesi e italiani?

Le differenze sono enormi. I cinesi mettono sempre il gruppo davanti all’individuo, sono molto rispettosi delle regole e delle norme che vengono imposte dal Governo. Nutrono molta stima e rispetto di figure come quella dell’insegnante. Ricordo che un mese prima che mia figlia iniziasse  la prima elementare, la Maestra fece il giro delle case delle famiglie per capire il livello di preparazione dei bambini, ed io immagino anche ad ispezionare l’abitazione per capire come i suoi allievi venissero gestiti e curati nell’ambiente domestico. La scuola non era ancora iniziata, ma l’insegnante si aspettava che i bimbi conoscessero già molti caratteri della loro scrittura, ponendo grande pressione sulle famiglie affinché li portassero avanti con la preparazione. La Maestra stessa riconosceva che non era un sistema corretto, ma ci disse: “Tutti gli altri bambini sanno già leggere e scrivere un centinaio di caratteri, non vorrei che vostra figlia si sentisse umiliata in classe essendo meno preparata”. Ricordo che la maggior parte dei compagni di mia figlia, già un paio di anni prima di iniziare le elementari, frequentavano scuole pomeridiane (e nei weekend) che preparavano al programma dei primi anni delle elementari.  
Gli studenti cinesi non sono per niente ribelli, sono abituati a studiare moltissime ore al giorno e accettano di buon grado di farlo, non c’è tanto l’abitudine di portare fuori i bambini a giocare, i bimbi cinesi giocano molto meno rispetto ai nostri bambini italiani. L’educazione è incentrata sulla prestazione e sull’importanza di eccellere nelle discipline scolastiche. Forse questo è collegato al desiderio di riscatto sociale di cui parlavamo prima.

Anche il loro concetto di arte, ad esempio, è completamente diverso dal nostro: in Cina l’artista più bravo è quello che realizza la copia più fedele rispetto all’originale, mentre in Italia viene premiata l’idea nuova, che ti sorprende e si distingue dalla massa. Nel business invece, sembra che i contratti scritti non abbiano valore: una cena ad alto tasso alcolico e una serata al karaoke insieme ad un futuro partner lavorativo, vale forse di più che lunghe riunioni per definire le virgole nei contratti. Adesso forse le cose stanno cambiando, ma sembra che davanti ad un giudice lo straniero parta sempre in svantaggio rispetto ad un cinese.

Com’è possibile far convivere due culture cosi diverse?

È veramente difficile perché, da italiano, faccio fatica a condividere molti aspetti della cultura cinese. E infatti ho l’impressione che la maggior parte di coppie miste qui faccia molta fatica ad andare d’accordo soprattutto con l’arrivo dei figli e le tensioni che le scelte scolastiche comportano.

Ti manca l’Italia?

Si molto. Quello che qui mi manca di più è il senso di familiarità: gli odori, i sapori, i suoni, il chiacchiericcio della gente. E ovviamente la famiglia e gli amici. Quando sono a Shanghai e sento una canzone di Totò Cutugno mi commuovo, anche se per la verità la sua musica non mi è mai piaciuta!

Ti piacerebbe rientrare in Italia, un giorno?

Si mi piacerebbe ma non saprei cosa fare: un mese di lavoro qui mi fa guadagnare come un anno di lavoro in Italia, purtroppo non c’è paragone.

Vorrei riuscire a mettere un po’ di soldi da parte e rientrare magari tra una decina di anni per godermi la vita in Italia.

Ogni quanto torni in Italia?

Riesco a tornare più o meno ogni 3 mesi e la mia famiglia o gli amici vengono a trovarmi una volta all’anno.

Cosa provi tutte le volte che rientri in Italia?

Mi fa sempre molto piacere, però mi rendo conto che ho una vita e dei ritmi completamente diversi dai miei amici. Infatti quando ritorno in patria non è poi così facile trovare molte occasioni in cui rivedersi, ognuno ha famiglia ed è preso dalla propria vita. Ovviamente la vita va avanti per tutti mentre io non ci sono.

Quali sono le cose che apprezzi di più della Cina e della popolazione cinese?

Dei cinesi ammiro i loro modi gentili e garbati, la curiosità verso ciò che è diverso da loro, la passione per il cibo che condividono con noi italiani (anche loro usano fare grandi cene in famiglia),   il rispetto nei confronti della famiglia e dell’altro in generale, la loro generosità.

Inoltre questi 15 anni in Cina mi hanno consentito di raggiungere una stabilità economica, di fare il lavoro che mi piace e di costruirmi da solo un’azienda di cui vado molto orgoglioso.

Parlando della difficile situazione causata dal virus che si è diffuso prima in Cina e poi nel resto del mondo, come hanno affrontato i cinesi l'emergenza del Coronavirus e le conseguenti misure messe in atto dal Governo?

I cinesi hanno risposto alla crisi con grande spirito di gruppo: come fossero un individuo solo si sono adeguati immediatamente alle direttive del governo e si sono rinchiusi in casa. Dopo solo 52 giorni mia moglie e mia figlia hanno iniziato ad uscire (sempre tutti con la mascherina).
Durante la quarantena, se un individuo aveva assolutamente bisogno di uscire, era necessario che scannerizzasse il QR code delle guardie del palazzo di modo che queste potessero seguirlo virtualmente. Questo perché se qualcuno fosse poi stato contagiato, tramite gps si poteva individuare con quali altri individui si era incontrato per strada, contenendo così la divulgazione del contagio. In Europa per motivi di privacy non credo si possa fare, ma io cederei parte delle mia privacy per più sicurezza, fosse anche per un breve periodo.

[ph. F. Ho]

 

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